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Esiste una vita intelligente extraterrestre nei dintorni della Terra? Un nuovo modello scientifico prova a stimarlo e il risultato è piuttosto rassicurante, perché i mondi vicini sembrano ospitare al massimo microbi e non civiltà avanzate. Il punto di partenza è una domanda aperta da sempre. Nessuno sa come potrebbe essere la vita fuori dal nostro pianeta, ammesso che esista, né a quale stadio della sua evoluzione sia arrivata. Gli esopianeti potenzialmente abitabili potrebbero essere delle “Terre giovani”, popolate soltanto da microrganismi che vivono di fotosintesi. Oppure potrebbero ospitare organismi pluricellulari più complessi, o addirittura aver dato origine a forme di vita intelligente.
Lo studio, pubblicato sull’International Journal of Astrobiology, propone un metodo per capire fin dove potrebbe essersi spinta una biosfera aliena partendo da alcune caratteristiche già note dei mondi candidati. L’idea si basa su una misura curiosa: quanto carbonio sarebbe stato trasformato in materia organica attraverso la fotosintesi nel corso della storia di un pianeta. Da quel valore i ricercatori collocano un’ipotetica biosfera in una di tre fasi possibili, cioè microbica, pluricellulare o intelligente.
Vita extraterrestre: la Terra come metro di misura
Per costruire la scala il gruppo di ricerca ha preso come riferimento il nostro pianeta. Ha calcolato quanto carbonio avesse fissato la fotosintesi terrestre nel momento in cui venivano raggiunte le diverse tappe evolutive e poi ha stimato quanto se ne sarebbe potuto fissare altrove, tenendo conto della luce disponibile, della temperatura, delle precipitazioni, delle dimensioni e dell’età di ciascun mondo. L’ipotesi è semplice. Una biosfera con una produttività fotosintetica accumulata più alta avrebbe sostenuto più generazioni e quindi avrebbe avuto più occasioni per diversificarsi.
Il criterio di classificazione segue questa logica. Se un pianeta resta sotto la soglia legata alla comparsa della pluricellularità, il modello lo considera microbico. Se la supera senza arrivare al livello raggiunto dalla Terra attuale, finisce tra i pluricellulari. Solo oltrepassando quella quota entra nella categoria che gli autori definiscono “intelligente”.
Ventinove mondi sotto esame e il caso TRAPPIST 1e
Il metodo è stato applicato a 29 pianeti rocciosi situati in zone abitabili, tra cui diversi dei mondi più promettenti del sistema TRAPPIST 1. Chi spera di incontrare vicini evoluti resterà deluso. Nello scenario principale del modello 22 pianeti rientrano nella categoria microbica, cinque in quella pluricellulare e appena due in quella intelligente.
Il caso più sorprendente riguarda TRAPPIST 1e. Pur essendo circa 3 miliardi di anni più vecchio della Terra, secondo le stime la sua ipotetica biosfera avrebbe elaborato solo una piccola parte del carbonio accumulato dalla nostra. Resterebbe dunque in una fase dominata dai microrganismi e le servirebbero quasi 18 miliardi di anni per eguagliare la produttività biologica complessiva raggiunta oggi dal nostro pianeta.
Va chiarito che questi risultati non dicono che quei pianeti siano abitati. La comunità scientifica considera plausibile l’esistenza di vita microscopica oltre la Terra, ma finora non c’è alcuna prova solida che lo confermi. Lo studio presuppone che la vita sia comparsa e da lì prova a immaginare quanto lontano sia potuta arrivare.
Chris Doughty, professore della Northern Arizona University e primo autore della ricerca, lo ha spiegato così in un comunicato: “Questo lavoro suggerisce che il nostro vicinato stellare di esopianeti può stare tranquillo, perché è probabile che la maggior parte dei pianeti simili alla Terra vicino a noi sia evolutivamente dietro di noi e ancora nella fase microbica. Significa che possiamo dormire sonni tranquilli, perché se la vita su quegli esopianeti evolvesse come sulla Terra, la maggior parte di essi sarebbe piena soltanto di microbi e non di extraterrestri avanzati”.
Per cercare civiltà aliene gli astronomi vanno a caccia di tecnofirme, cioè segnali che potrebbero tradire l’uso di una tecnologia. Si va dalle onde radio agli impulsi laser, passando per l’inquinamento atmosferico, l’illuminazione artificiale o un eccesso di calore. Dopo decenni di ricerche nessuna tecnofirma extraterrestre è stata confermata. Diverso è il discorso per le forme di vita molto più semplici. Su Marte la missione Perseverance ha individuato campioni con potenziali biofirme collegate a processi microbici avvenuti miliardi di anni fa, anche se le prove non bastano ancora per affermare che il pianeta rosso sia stato abitato.
Fonte: TecnoAndroid








