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Il prezzo della benzina oggi fa più male di quanto facesse nel 2008, quando il petrolio viaggiava a livelli che nessuno aveva mai visto prima. Sembra un paradosso, eppure i numeri sono lì: a luglio 2008 il Brent toccò il record storico di EUR 130 al barile e alla pompa si pagavano circa 1,52 euro al litro per la verde e 1,36 euro per il gasolio. Adesso il greggio sta intorno ai EUR 87, quindi molto più in basso, ma i tabelloni dei distributori raccontano tutt’altra storia.
I dati aggiornati al 24 settembre parlano chiaro. In modalità self service sulla rete stradale nazionale la benzina viaggia a 2,154 euro al litro, con un calo di un millesimo rispetto al giorno precedente, il gasolio a 2,338 euro al litro (anche qui meno un millesimo), il Gpl a 0,748 euro al litro, rimasto invariato, e il metano a 1,884 euro al chilo, in salita di un millesimo. In autostrada la musica peggiora: 2,245 euro al litro per la benzina, 2,419 per il gasolio, 0,885 per il Gpl e 1,799 euro al chilo per il metano. Il Governo ha prorogato il taglio delle accise fino al 5 ottobre, ma ha ridotto lo sconto. E l’ipotesi dell’amministrazione Trump di bloccare le esportazioni di gasolio ha fatto sobbalzare i mercati petroliferi.
Perché il confronto con 18 anni fa inganna
Verrebbe da pensare che il costo dei carburanti segua il greggio come un’ombra. Non funziona così, o almeno non solo così. Gianni Murano, presidente dell’Unem, l’Unione energie per la mobilità, lo spiega senza giri di parole: il confronto diretto tra il prezzo del greggio e quello dei carburanti è spesso fuorviante, perché benzina e gasolio non dipendono soltanto dalla materia prima ma anche dall’andamento dei mercati internazionali dei prodotti raffinati.
Poi c’è il nodo del cambio euro dollaro, che pesa parecchio. Le quotazioni del petrolio sono in dollari americani, i carburanti si pagano in euro. Nel 2008 comprare greggio era più conveniente proprio grazie a un rapporto di cambio favorevole. A parità di quotazione in dollari, osserva Murano, oggi si paga il petrolio e i prodotti raffinati in modo significativamente più caro. Con lo stesso cambio di allora i prezzi sarebbero inferiori di circa il 25%.
Inflazione, raffinerie chiuse e guerre
L’altro pezzo del puzzle è l’inflazione, che ribalta la prospettiva. Il confronto corretto, ricorda il presidente dell’Unem, non va fatto tra prezzi nominali ma tra potere d’acquisto equivalente. Quei EUR 129 al barile del picco 2008 oggi varrebbero quasi EUR 176. In termini nominali i carburanti costano 50-60 centesimi al litro in più, ma in termini reali il quadro cambia. Sulla base dei dati Istat, la benzina oggi costa sostanzialmente come nel 2008, 2 euro contro 1,99 euro. Per il gasolio lo scarto è più marcato, circa 13 centesimi in più, 2,10 euro contro 1,97 euro.
Ci si mette anche la geopolitica. Le guerre in corso hanno ridotto i flussi di prodotti finiti dalla Russia e dal Medio Oriente, e nel frattempo l’Europa negli ultimi 15 anni ha chiuso circa il 20% della propria capacità di raffinazione, appoggiandosi sempre di più alle raffinerie russe, a quelle dell’area del Golfo e a quelle indiane. Una dipendenza che si paga cara quando qualcosa si inceppa. Con il conflitto tra Stati Uniti e Iran e la chiusura dello Stretto di Hormuz il Brent si è apprezzato di circa 19 centesimi di euro al litro, mentre alla pompa l’aumento è stato di 41 centesimi per la benzina e di ben 65 centesimi per il gasolio.
Fonte: TecnoAndroid








