Il nome Vichinghi è quello che salta subito alla mente quando si pensa ai grandi dominatori dei mari del Nord, eppure la sua origine resta un piccolo rompicapo che ancora oggi divide gli studiosi. Perché li chiamiamo proprio così? Le ipotesi sono più di una, e nessuna ha davvero messo tutti d’accordo.
Per lungo tempo si è pensato che la parola arrivasse dal norreno vik, che vuol dire “baia” o “fiordo”. Seguendo questa strada, i Vichinghi sarebbero stati semplicemente le “genti delle baie”, cioè gli abitanti di quelle insenature naturali da cui salpavano per le loro spedizioni. Un’immagine quasi tranquilla, a pensarci bene, ben lontana dalla fama di guerrieri spietati che li accompagna.
Esiste però una lettura alternativa, legata al verbo vikja, che significa “allontanarsi” o “deviare”. In questo caso il nome richiamerebbe la loro natura nomade, la voglia di lasciarsi alle spalle le fredde terre del Nord per andare a esplorare il mondo. E non si può nemmeno escludere un legame con l’antico inglese wic, dal latino vicus, cioè villaggio, che rimanderebbe invece a insediamenti stabili. Tre piste diverse, insomma, per un solo popolo.
Tanti nomi per lo stesso popolo
Oggi li chiamiamo tutti allo stesso modo, ma nelle fonti antiche i termini cambiavano parecchio a seconda del luogo. I Nortmanni, per esempio, comparivano nelle cronache latine medievali come generici “uomini del Nord”, e da lì è arrivato il nome degli abitanti della Normandia, la regione francese che le loro guarnigioni occuparono in modo stabile. Il termine dani serviva invece per le tribù danesi, mentre l’appellativo pagani sottolineava la loro lontananza dal cristianesimo. Spostandosi verso Oriente, nelle fonti slave, bizantine e arabe, spuntano i nomi Variaghi e Rus’, da cui deriva quello della moderna Russia.
Per circa 300 anni, tra l’VIII e l’XI secolo, questi popoli presero d’assalto mezzo mondo. In cerca di terre, schiavi, oro e argento, lasciarono le loro case in Norvegia, Svezia e Danimarca e arrivarono a saccheggiare l’Europa, spingendosi fino a Baghdad e persino in America. La velocità dei loro attacchi divenne leggendaria. Ma ridurli a semplici predoni sarebbe un errore grossolano.
Molto più che barbari con l’ascia
I Vichinghi erano anche commercianti accorti, ingegneri navali di talento, poeti con una ricca tradizione orale. In Islanda la poesia era considerata quasi un’arte magica, chiamata “bevanda degli gnomi”. La loro società, per i canoni dell’epoca, risultava sorprendentemente aperta. Le donne godevano di una notevole indipendenza: mandavano avanti casa e fattoria mentre gli uomini erano lontani, potevano scegliersi il marito e chiedere il divorzio se venivano picchiate o tradite.
Sulla loro immagine si sono poi accumulati parecchi falsi miti. Il più famoso è quello degli elmi con le corna, che non hanno mai indossato. Non erano nemmeno sadici, non usavano la tortura come punizione e non bevevano sangue dai crani dei nemici, una bufala nata da una cattiva traduzione di una poesia: quelli erano semplici corni, decorati con contorni d’argento. Curavano molto anche l’igiene personale, facevano la sauna una volta a settimana e usavano pinzette e bastoncini di metallo per pettinarsi e pulirsi.
Il declino arrivò per più ragioni messe insieme. La nascita dei regni nazionali cancellò l’identità tribale delle origini, il Cristianesimo li avvicinò alla cultura europea ma li indebolì con le guerre religiose, e infine, raggiunta una certa stabilità, tornarono a essere quello che erano stati in partenza: contadini e allevatori.