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Da settant’anni qualcuno sospetta che la vita nelle nubi di Venere possa esistere davvero, e adesso quella suggestione ha finalmente un riscontro ottenuto in laboratorio. Un gruppo di ricercatori del MIT ha ricreato artificialmente le condizioni dell’atmosfera venusiana e ha scoperto che alcune molecole fondamentali per gli organismi viventi non solo sopravvivono all’acido solforico, ma mantengono anche la forma che serve loro per funzionare. Un risultato che ribalta parecchi pregiudizi su un pianeta considerato, a ragione, uno dei posti peggiori del sistema solare.
Vale la pena ricordare da dove si parte. Prima che le sonde raccontassero com’è fatto davvero, Venere sembrava il candidato ideale per ospitare la vita e magari accogliere futuri astronauti. Era vicino, aveva dimensioni simili alle nostre, l’idea di un clima confrontabile con quello terrestre non pareva assurda. Poi lo studio dell’atmosfera, complicato dalla sua densità, ha restituito un quadro molto diverso: temperature vicine ai 500 gradi, una pressione capace di schiacciare qualsiasi cosa e nubi di acido solforico ovunque. Proprio quelle nubi, però, adesso tornano al centro del discorso per il motivo opposto.
Vita nelle nubi di Venere: cosa hanno fatto in laboratorio
L’esperimento è stato costruito per imitare l’ambiente venusiano nel modo più fedele possibile. I ricercatori hanno replicato nubi con concentrazioni di acido solforico vicine al 98% e ci hanno immerso una serie di peptidi, cioè brevi catene di amminoacidi. Detto in modo semplice, versioni piccole e più elementari delle proteine, quelle strutture senza le quali la vita come viene intesa qui non funziona.
L’aspettativa ragionevole era che l’acido, notoriamente corrosivo, li facesse a pezzi in poco tempo. Non è andata così. I peptidi hanno retto, come già lasciavano intuire alcuni lavori precedenti, e in più hanno conservato il proprio ripiegamento, cioè la struttura tridimensionale che assumono nello spazio.
Il punto merita una spiegazione, perché è il cuore della faccenda. Nelle proteine e nei peptidi la forma non è un dettaglio estetico: è quella che permette alla molecola di svolgere il proprio compito. Una catena che si srotola o si deforma diventa inutile. Che il ripiegamento resti intatto anche a contatto con l’acido solforico significa che, almeno in teoria, molecole di questo tipo potrebbero lavorare davvero nelle nubi venusiane.
Il paradosso dell’acqua
La spiegazione avanzata dagli autori dello studio ha un che di controintuitivo e riguarda l’acqua. Nelle nubi di Venere la sua concentrazione è quasi inesistente, e proprio questa assenza sembra essere la chiave della resistenza osservata. L’acqua è necessaria alla vita, su questo nessuno discute, ma partecipa anche alle reazioni di idrolisi attraverso cui l’acido solforico aggredisce e degrada molecole di questo genere. Senza acqua, quel meccanismo di corrosione si inceppa e i peptidi restano praticamente intatti.
Non è l’unico elemento a favore. L’atmosfera venusiana presenta condizioni di temperatura e pressione tutt’altro che proibitive in una fascia ben precisa, tra i 48 e i 60 chilometri di quota. La superficie resta devastante per qualsiasi organismo, questo va detto chiaramente, ma più in alto, dentro quelle nubi acide, potrebbero trovare spazio forme di vita che dell’acqua non hanno bisogno.
Un’idea che circolava già dagli anni Cinquanta
L’ipotesi non nasce oggi. Nel 1950 lo scienziato tedesco Heinz Haber aveva già messo sul tavolo la possibilità che qualcosa di vivo potesse farsi strada tra le nubi venusiane. Più avanti sull’argomento sono intervenuti anche Carl Sagan e Harold Morowitz, due nomi che nel dibattito sulla vita extraterrestre pesano parecchio.








