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Ci sono immersioni che finiscono per raccontare qualcosa di completamente diverso da quello che cercavano, e la storia delle lavatrici avvistate a 1.500 metri di profondità è forse l’esempio più beffardo. Nel 2017 un gruppo di scienziati si era calato negli abissi con un obiettivo preciso, individuare un relitto, ricostruire quel che restava di una nave finita sul fondo. Le telecamere però hanno inquadrato altro. Elettrodomestici. Non uno sperduto, non un pezzo isolato trascinato da chissà quale corrente, ma un gruppo, appoggiato lì come se qualcuno li avesse posati con cura.
Una spedizione partita per tutt’altro
Chi si occupa di esplorazione degli abissi lo sa bene, scendere a quelle profondità non è una passeggiata. Servono mezzi filoguidati, luci potenti, ore di manovre per coprire porzioni di fondale marino che sulla carta sembrano minuscole. E servono soprattutto aspettative caute, perché il buio a millecinquecento metri non restituisce quasi mai quello che ci si immagina. In quel caso la squadra puntava a un ritrovamento archeologico, il tipo di scoperta che finisce sui giornali e nei documentari, legno consumato, metallo corroso, magari qualche oggetto conservato dal freddo e dalla pressione.
Quello che è comparso davanti all’obiettivo, invece, aveva una forma fin troppo riconoscibile. Sagome squadrate, oblò circolari, la geometria inconfondibile di una lavatrice qualsiasi, di quelle che si trovano in qualunque cucina o ripostiglio. Sul fondo del mare, a una profondità dove la luce del sole non arriva da nessuna parte, sedute lì come se fossero sempre state parte del paesaggio.
Quel “si muovono in branchi” che spiega tutto
Il commento che ha accompagnato le immagini è diventato la sintesi perfetta dell’episodio, una battuta secca su queste macchine che si spostano in gruppo, come animali. Umorismo da scienziati, certo, ma con dentro un fondo amaro. Perché il punto non è la singola lavatrice finita chissà come sul fondale, il punto è la quantità. Il fatto che non fossero sole. Il fatto che, cercando tracce di un naufragio, la spedizione si sia imbattuta in una specie di discarica sommersa.
C’è un aspetto quasi surreale in tutto questo. Gli abissi vengono raccontati come l’ultima frontiera inesplorata del pianeta, il luogo di cui si conosce meno rispetto alla superficie di altri corpi celesti. Eppure, quando finalmente ci si arriva, ad accogliere le telecamere non ci sono creature mai viste ma rifiuti domestici. Oggetti prodotti in serie, usati per anni in qualche casa, poi scaricati e dimenticati.
Cosa resta sul fondo
Gli elettrodomestici non si dissolvono. Il metallo si corrode con lentezza estrema, la plastica resiste, e a quelle temperature e pressioni i tempi di degradazione si allungano ancora di più. Significa che quel gruppo di lavatrici immortalato nel 2017 con ogni probabilità è ancora lì, nella stessa posizione, con le stesse forme riconoscibili, in attesa che passi un altro veicolo con le luci accese.
La spedizione non ha trovato il relitto che cercava. Ha trovato invece una fotografia piuttosto eloquente di quanto in profondità arrivi l’impronta lasciata dall’attività umana, in un posto dove nessuno andrà mai a fare pulizia. Le immagini hanno fatto il giro della rete proprio per quel contrasto, la solennità della ricerca scientifica da una parte, la banalità assoluta di un oblò da bucato dall’altra.
E resta quella frase, ripetuta come una constatazione più che come una battuta, che a millecinquecento metri sotto la superficie del mare le lavatrici si muovono davvero in branchi.








