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US Navy, 140 miliardi l’anno: la nuova mappa per le startup

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Chi sviluppa tecnologia per la difesa ha ricevuto dalla US Navy una mappa piuttosto chiara di dove andranno i soldi nei prossimi anni. A metterla nero su bianco è Justin Fanelli, chief technology officer del Dipartimento della Marina americana, che da circa tre anni e mezzo lavora a un obiettivo semplice da dire e complicato da realizzare: rendere la Marina un cliente meno ostico per chi arriva dal mondo delle startup. L’anno scorso aveva descritto il vecchio sistema come uno schema a spaghetti, decine di porte d’ingresso scollegate tra loro. L’idea attuale somiglia invece a un imbuto, dove le aziende che mostrano risultati concreti vengono assorbite nella base tecnologica della Marina come servizi enterprise. La conversazione più recente è avvenuta in videochiamata, con Fanelli letteralmente di corsa verso un aereo su cui era stato appena convocato, senza che gli fosse stata comunicata la destinazione. Un’ora e un quarto per imbarcarsi, nessuna indicazione su dove, la conferma che sarebbe rimasto via più di una notte. Camminando verso l’auto non sapeva ancora cosa avesse messo in valigia né per quale clima.

Quanto spende davvero la Marina e da chi compra

Il motivo della chiamata era un altro, comunque: il segnale di domanda inviato agli investitori nel 2025 ha funzionato, e Fanelli voleva ripetere l’esperimento. Quando la Marina aveva pubblicato per la prima volta le sue priorità tecnologiche di lungo periodo, diversi fondi avevano ammesso che quel documento aveva cambiato il modo in cui leggevano i piani di acquisto militari. Da qui la nuova lista, questa volta passata al vaglio di un gruppo di investitori di venture capital prima della pubblicazione.

Sulle cifre, Fanelli mette le mani avanti. Il volume complessivo di acquisti si aggira intorno ai 140 miliardi di euro l’anno, ma quel numero non va confuso con l’investimento diretto in capitale di rischio, che è tutta un’altra cosa. La direzione verso cui la Marina sta provando a spostarsi è quella che lui chiama co investimento: mettere denaro a fianco del capitale privato invece di firmare l’ennesimo assegno a un grande contractor storico. La partecipazione azionaria vera e propria resta rara, la versione più aggressiva di quell’approccio. Più spesso significa aspettare che un’azienda maturi il prodotto per conto suo e poi comprarlo. È cambiato anche lo stadio delle aziende con cui si lavora. La Marina compra soprattutto da società tra Serie D e Serie F, mentre in passato finanziava ricerca in proprio per coprire il buco tra seed e Serie B. Quel compito ora viene passato agli investitori commerciali, e la contropartita è proprio questa: un segnale più pulito su cosa servirà.

Gli acquisti recenti, dai droni ai container pieni di server

Tra i contratti citati c’è quello da circa 520 milioni di euro assegnato questo mese per MQ-25 Stingray, il drone autonomo per il rifornimento in volo che allunga il raggio d’azione dei caccia con pilota in partenza dalle portaerei. Poi hardware di edge computing acquistato da Armada, descritto come container marittimi pieni di server pensati per l’imbarco o per sedi remote. Gecko Robotics si occupa ora di ispezioni che prima venivano fatte a mano e in condizioni pericolose, e secondo Fanelli il cambio non ha incontrato resistenze perché quel lavoro non lo voleva fare quasi nessuno. Domino Data Lab gestisce la pipeline di machine learning. Il caso che sembra divertirlo di più riguarda un sistema di telecamere di bordo fornito da un contractor della difesa, in ritardo di anni, sostituito con telecamere commerciali abbinate al software di Applied Intuition. Circa quattro anni tagliati dai tempi e installazione su più navi del previsto.

Le cinque aree su cui si concentrerà la spesa

La lista aggiornata, firmata insieme al Portfolio Acquisition Executive per i Mission Systems, si divide in cinque blocchi. Primo, intelligenza artificiale applicata, con software sempre più agentico per fusione dei sensori, supporto al targeting, comportamenti autonomi e operazioni cyber. Secondo, scienza dell’informazione quantistica, meno hardware e più applicazioni a navigazione, comunicazioni sicure e crittografia. Terzo, networking avanzato per spostare dati in ambienti con connessioni degradate o intermittenti. Quarto, operazioni nello spettro elettromagnetico, con sistemi capaci di adattarsi in condizioni contese. Quinto, ingegneria digitale e interoperabilità: API aperte, ingegneria dei sistemi basata su modelli, architettura zero trust. Il documento precisa che non si tratta di impegni di spesa e che nessun programma viene classificato per priorità. Le esigenze, avverte il memo, cambieranno in base a necessità emergenti, di breve e di lungo periodo.

Fonte: TecnoAndroid

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