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Uranio nel cobalto: milioni di chili verso la Cina senza controlli

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L’uranio nascosto nel cobalto è un problema che pochi si aspettavano di trovare dentro le catene di fornitura delle batterie. Eppure è proprio quello che emerge da uno studio recente, secondo cui tra il 2000 e il 2024 dalla Repubblica Democratica del Congo potrebbero essere partite tra 2.000 e 5.000 tonnellate di uranio mescolate al cobalto, senza che quel materiale radioattivo venisse mai dichiarato agli organismi internazionali di controllo. Numeri che, tradotti in chili, parlano di milioni di chilogrammi finiti soprattutto in Cina.

La faccenda parte da una cosa semplice, quasi banale. La natura non separa i minerali per farci un favore. Li mescola, e basta. E quando si tratta di tirarli fuori dal terreno, dividerli richiede lavorazioni specifiche che non sempre sono immediate. Il guaio è che tra questi materiali intrecciati ce ne sono alcuni che meritano attenzione particolare, per via di quello che se ne può fare una volta separati. L’uranio, appunto, rientra in pieno in questa categoria.

Perché il cobalto e l’uranio finiscono insieme

Il cobalto è diventato un ingrediente chiave delle batterie agli ioni di litio, quelle che troviamo negli smartphone, nei portatili e nelle auto elettriche. Contribuisce alla stabilità della cella e alla capacità di accumulare energia, quindi la domanda è cresciuta parecchio negli ultimi anni. Il punto è che buona parte delle miniere congolesi si trova in zone dove questo minerale è naturalmente associato all’uranio. Durante l’estrazione, se il materiale radioattivo non viene rimosso prima con una lavorazione dedicata, finisce per viaggiare insieme al cobalto verso la destinazione finale.

A rendere il quadro più delicato ci sono le firme dello studio. La ricerca porta il nome di studiosi dell’Università del Wisconsin-Madison e della Princeton University, due nomi che nel campo pesano. E il periodo osservato copre quasi un quarto di secolo, dal 2000 fino al 2024, un arco temporale abbastanza lungo da rendere l’anomalia difficile da liquidare come episodio isolato.

Un materiale radioattivo che sfugge ai controlli

Quello che colpisce di più non è tanto la presenza dell’uranio, che in sé è un fenomeno geologico noto. Colpisce il fatto che questo materiale radioattivo possa aver attraversato confini e oceani senza essere dichiarato. Gli organismi internazionali esistono proprio per tracciare questo genere di flussi, e un volume compreso tra 2.000 e 5.000 tonnellate non è certo una quantità trascurabile. Parliamo di qualcosa che, sulla carta, avrebbe dovuto accendere più di un allarme lungo il percorso.

La Cina resta il nodo centrale della vicenda, essendo il principale terminale delle esportazioni congolesi di cobalto. Il paese lavora la gran parte del minerale che serve poi a costruire le batterie che finiscono nei dispositivi di tutto il mondo. Se l’uranio viaggia insieme al carico senza filtri adeguati, il rischio è che entri in una filiera industriale enorme senza che nessuno abbia contato davvero quanto ne stava passando. Ed è qui che lo studio mette il dito, sollevando una domanda scomoda su quanto siano affidabili i controlli sulla materia prima che alimenta l’elettronica di consumo.

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