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Uncharted, il designer boccia il remake: non serve a nulla

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Un possibile remake di Uncharted non convince chi quel gioco lo ha costruito da zero. Benson Russell, designer dei primi due capitoli della serie, ha spiegato senza troppi giri di parole che rimettere mano a Drake’s Fortune sarebbe un’operazione priva di reale utilità, e lo ha fatto usando un argomento che di solito nel settore viene evitato con cura: il gioco originale non è affatto sparito dalla circolazione, quindi perché rifarlo?

Il contesto è quello di un’industria che negli ultimi anni ha trasformato il recupero del passato in una strategia stabile. Quasi tutti i grandi editori lavorano su remake e remaster, a volte pescando da cataloghi vecchissimi, a volte da titoli uscite pochi anni prima. Sony in questo senso ha fatto scuola con il remake di The Last of Us, e secondo alcune voci circolate nel tempo anche Uncharted avrebbe potuto ricevere lo stesso trattamento.

Perché secondo Russell un remake di Drake’s Fortune non serve

Il ragionamento del designer parte da un concetto semplice, quello dello zeitgeist culturale. Quando un gioco è ancora vivo nella memoria collettiva, ancora giocabile, ancora presente nelle conversazioni, rifarlo da capo diventa un esercizio a vuoto. “Uncharted come fenomeno è ancora ben presente nello zeitgeist”, ha dichiarato, contrapponendo il caso a quello di un titolo come System Shock, dove il recupero moderno aveva un senso preciso: una mappatura dei tasti orribile che per anni ha tenuto lontani moltissimi curiosi. Lì il rifacimento risolveva un problema concreto. Con Drake’s Fortune, invece, esiste già una versione giocabile sulle console moderne, sufficiente per vivere quell’esperienza. “Che senso ha farne una remaster o un remake?”, si è chiesto.

C’è poi una seconda obiezione, più delicata, che riguarda la scrittura. Secondo Russell, per migliorare davvero il primo Uncharted bisognerebbe riscriverne l’intera storia, e riscrivere la storia significa cambiare lo spirito del gioco, le scene, tutto ciò che quel capitolo rappresentava. Aggiungere sequenze nuove, togliere pezzi, e poi la domanda spinosa: le scene chiave si tengono così come sono oppure vanno rifatte perché non si incastrano più nel nuovo racconto? Nessuna delle due strade lo convince. E lo stesso dubbio, ha ammesso, gli è venuto guardando The Last of Us Parte 1.

Naughty Dog e la scelta tra due strade

Il retroscena interessante è che Naughty Dog sembra aver valutato entrambe le possibilità, scegliendo poi di portare avanti il rifacimento di The Last of Us anziché quello dedicato a Nathan Drake. Una decisione che, alla luce delle parole di Russell, assume un peso diverso: uno dei due progetti avrebbe comunque incontrato la stessa perplessità di fondo.

Il giudizio finale del designer è netto. Un remake di Uncharted somiglierebbe “più a un’operazione per fare cassa che a qualcosa di necessario a questo punto”. E poi la chiusura, quasi buttata lì, che vale più di qualsiasi analisi di mercato: “Semplicemente non ricreate il primo gioco. È solo… mah”.

Il tema, va detto, tocca un nervo scoperto per l’intero settore. La corsa ai rifacimenti ha prodotto casi riuscitissimi e altri accolti con freddezza, spesso proprio quando l’originale era ancora facilmente accessibile e in buone condizioni. La distinzione tracciata da Russell, tra il recupero che serve a salvare un gioco altrimenti scomodo e il rifacimento che si limita a lucidare qualcosa di già lucido, resta uno dei pochi criteri concreti proposti da chi lavora dentro quel mondo. Nel frattempo la serie con protagonista Nathan Drake continua a vivere sul suo capitolo conclusivo, Uncharted 4, uscito dieci anni fa e ancora oggi punto di riferimento per il genere.

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