Un enorme serbatoio di magma si nasconde da chissà quanto tempo sotto la Toscana, e nessuno se ne era mai accorto. Parliamo di un sistema vulcanico gigantesco, paragonabile a quelli che si trovano sotto luoghi famosi come Yellowstone, ma senza tutti quei segnali evidenti in superficie che di solito accompagnano formazioni del genere. Un team internazionale di ricercatori ha mappato circa 6.000 chilometri cubi di fluidi vulcanici sepolti tra gli 8 e i 15 chilometri di profondità, e la scoperta è stata pubblicata su Communications Earth & Environment.
Per rendere l’idea delle dimensioni, quei 6.000 chilometri cubi corrispondono al volume di 2,4 miliardi di piscine olimpioniche standard. Una cosa enorme, insomma, che se ne stava lì sotto senza dare nell’occhio.
Toscana: un colosso che non lascia tracce in superficie
Le regioni vulcaniche più conosciute al mondo, da Yellowstone negli Stati Uniti al lago Toba in Indonesia fino al lago Taupo in Nuova Zelanda, poggiano su serbatoi di magma che contengono migliaia di chilometri cubi di materiale fuso. Di solito questi sistemi si individuano grazie a indizi ben visibili o comunque misurabili in superficie. Depositi di antiche eruzioni, crateri, terreno che si solleva o sprofonda, gas che fuoriescono dal sottosuolo. Quando però questi segnali mancano, anche quantità enormi di magma possono restare nascoste dentro la crosta terrestre.
Ed è esattamente quello che è successo in Toscana. I ricercatori dell’Università di Ginevra, insieme agli specialisti dell’Istituto di Geoscienze e Georisorse del CNR e dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, hanno individuato questa massa di fluidi vulcanici all’interno della crosta continentale. Il materiale si estende da nord a sud lungo tutta la regione.
“Sapevamo che questa zona, che attraversa la Toscana da nord a sud, è geotermicamente attiva, ma non immaginavamo contenesse un volume così grande di magma, paragonabile a quello di sistemi supervulcanici come Yellowstone”, spiega Matteo Lupi, professore associato al Dipartimento di Scienze della Terra della Facoltà di Scienze dell’Università di Ginevra, che ha guidato lo studio.
Nessun pericolo immediato e una tecnica che sembra una radiografia
Su scale temporali geologiche, un corpo di magma di queste dimensioni potrebbe in teoria contribuire alla formazione di un supervulcano. I ricercatori però tengono a precisare che al momento il sistema non rappresenta alcuna minaccia. Nessun allarme, nessun rischio imminente per chi vive in Toscana.
Il team ha localizzato il magma grazie a una tecnica chiamata tomografia da rumore sismico ambientale, uno strumento che i sismologi usano spesso per studiare le strutture nascoste sotto la superficie. Funziona un po’ come una radiografia della crosta terrestre, perché analizza le vibrazioni impercettibili prodotte in continuazione dalle onde oceaniche, dal vento e dalle attività umane.
Mentre queste vibrazioni si muovono nel terreno, gli strumenti sismici in superficie registrano la velocità con cui viaggiano le onde. Per lo studio sono stati installati circa 60 sensori ad alta risoluzione. Le onde sismiche in genere rallentano quando attraversano materiale insolitamente caldo o parzialmente fuso, quindi individuando le aree in cui le onde procedevano più lentamente i ricercatori sono riusciti a capire dove si trovasse il magma. Poi hanno combinato tutte le misurazioni per costruire una ricostruzione tridimensionale delle strutture sotterranee.
Un nuovo strumento per energia geotermica e minerali critici
La scoperta va oltre la semplice comprensione della geologia toscana. La tomografia da rumore sismico permette di esplorare grandi porzioni di sottosuolo in modo rapido e a costi contenuti, e questo la rende un metodo interessante anche per cercare energia geotermica e risorse minerarie.
I sistemi magmatici profondi sono spesso associati a giacimenti di litio e terre rare. Materiali che diventano sempre più preziosi per tecnologie come le batterie dei veicoli elettrici e per altri componenti legati alla transizione energetica.
“Questi risultati sono importanti sia per la ricerca fondamentale sia per applicazioni pratiche, come localizzare serbatoi geotermici o giacimenti ricchi di litio e terre rare, usati per esempio nelle batterie dei veicoli elettrici. Oltre al grande interesse scientifico, questi studi mostrano che la tomografia, esplorando il sottosuolo in modo rapido e a basso costo, può essere uno strumento utile per la transizione energetica”, conclude Matteo Lupi.










