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The Dog Stars, il grande errore sul carburante

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The Dog Stars, il film di Ridley Scott uscito nelle sale il 26 agosto 2026, ha un problema che non riguarda la regia né gli attori: riguarda il carburante. Perché tutta l’impalcatura narrativa poggia su un presupposto che, nella realtà, non starebbe in piedi nemmeno per un istante. Il personaggio di Jacob Elordi sale sul suo piccolo aereo e si sposta avanti e indietro come se il mondo fosse ancora pieno di pompe di benzina funzionanti, nove anni dopo la fine della civiltà.

Ci siamo abituati a una certa indulgenza, va detto. Nei thriller postapocalittici c’è sempre qualcuno che ha una batteria carica, qualcuno che sa far ripartire le auto, qualcuno che tira fuori dallo zaino cibo commestibile, acqua potabile e medicine che apparentemente non scadono mai. È parte del gioco. Solo che qui la faccenda viene spinta a un livello superiore, fino a diventare un buco di sceneggiatura vero e proprio.

Il petrolio eterno di Jacob Elordi

Quanto dura, senza deteriorarsi, un barile di carburante per aerei? Essendo generosi, circa un anno. Con gli additivi giusti, forse qualcosa in più. Non nove anni. Eppure il protagonista di The Dog Stars compra altra benzina a Denver e se la porta indietro, come se il rifornimento fosse una commissione qualsiasi, quando quel carburante dovrebbe essere ormai completamente inservibile.

Scott chiede allo spettatore di dare per buono che le risorse siano infinite, e per un po’ funziona anche, perché il film ha ritmo e presenza scenica. Ma arriva un momento in cui la voglia di credere a quello che si vede sullo schermo si esaurisce. È il classico caso in cui un dettaglio tecnico apparentemente minore finisce per svuotare di senso metà delle scelte dei personaggi. Se il rifornimento non è un problema, allora non è un problema nemmeno la distanza, e se la distanza non conta, buona parte della tensione svanisce.

E se qualcuno sapesse produrre biodiesel?

Si potrebbe obiettare che i pochi sopravvissuti ancora lucidi abbiano imparato a produrre da soli il combustibile. Tecnicamente possibile, sulla carta. Le grandi raffinerie sono fuori uso perché manca l’elettricità, quindi servirebbe qualcuno capace di fare tutto in autonomia, con materiale praticamente illimitato a disposizione. Significa piantare, curare e raccogliere una coltura ricca di olio, estrarlo, avere sotto mano idrossido di sodio e di potassio, alcol di vario tipo come il metanolo, conoscere le proporzioni esatte della miscela, aggiungere acqua al momento giusto. E il risultato, dopo tutto questo lavoro, sarebbe comunque minimo.

L’idea che a nove anni dall’apocalisse, con pochissime persone immuni ancora in circolazione, ci sia un individuo in grado di produrre biodiesel in quantità sufficiente a tenere in volo un aereo leggero che va e viene continuamente è, a essere gentili, ridicola. Serve una dose consistente di buona fede per lasciar correre. Difficile immaginare che qualcuno, in mezzo al collasso totale, decida di mettersi a raffinare olio vegetale invece di occuparsi di sopravvivere.

Il film dura un’ora e cinquantanove minuti e accanto a Elordi schiera Margaret Qualley e Josh Brolin. I voti raccolti finora restano tiepidi, con una media utenti di 3,1 e una valutazione della redazione di 3,0. Numeri che raccontano un’accoglienza a metà strada, né disastro né trionfo, coerente con un’opera che funziona finché non ci si mette a fare i conti con la logistica. Il punto non è pretendere realismo scientifico da una storia di finzione. Il punto è che The Dog Stars, nella sua versione originale, e la sua trasposizione italiana costruiscono ogni singolo movimento del protagonista attorno a una risorsa che non potrebbe esistere. Togliendo il carburante, resta un uomo fermo a terra.

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