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Telescopio Roman lanciato: caccia ai segreti dell’Universo

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Il telescopio spaziale Nancy Grace Roman ha lasciato la Terra domenica mattina dal Kennedy Space Center in Florida, e con lui parte una delle scommesse più ambiziose della NASA degli ultimi anni. Costato quasi 4 miliardi di euro, equipaggiato con una fotocamera da 300 megapixel e con uno specchio nato per scopi ben diversi dall’astronomia, il nuovo osservatorio ha un compito preciso, cioè provare a capire quali forze stiano davvero governando l’espansione dell’Universo.

Il decollo è avvenuto alle 7:25 del mattino ora locale della Florida, con un Falcon Heavy di SpaceX partito dal Launch Complex 39A. I 27 motori principali alimentati a cherosene hanno spinto il razzo sull’Atlantico, i due booster laterali sono tornati a Cape Canaveral e il telescopio è stato rilasciato su una traiettoria che lo porterà quattro volte più lontano dalla Terra rispetto alla Luna. Roman, completamente rifornito, pesava circa 9 tonnellate e riempiva letteralmente l’ogiva del razzo. “Serviva tutta la spinta dei 5 milioni di libbre del Falcon Heavy, che ha funzionato in modo impeccabile”, ha commentato Denton Gibson, direttore di lancio della missione.

Telescopio Roman: uno specchio da satellite spia riconvertito per guardare il cosmo

La storia dello strumento è quasi più curiosa della missione stessa. Il cuore ottico del Roman Space Telescope è uno specchio primario da 2,4 metri di diametro, la stessa misura di quello di Hubble, donato alla NASA dal National Reconnaissance Office, l’agenzia americana dei satelliti spia. Nel 2012 la NASA ricevette due telescopi dichiarati in eccedenza dopo la cancellazione di un programma di sorveglianza, e uno dei due finì per diventare la base di quello che allora si chiamava WFIRST. Il secondo, per ora, non ha una destinazione.

Adattarlo non è stato banale. Il progetto, ancora sulla carta, praticamente raddoppiò di dimensioni per ospitare l’ottica, con guadagni in qualità di immagine ma anche costi più alti. Lo specchio andava riconfigurato per cambiare la sua prescrizione ottica e per lavorare a temperature molto più basse. “Non è stato certo un plug and play”, ha spiegato Julie McEnery, senior project scientist al Goddard Space Flight Center. Il nome, arrivato nel 2020, omaggia Nancy Grace Roman, prima capo astronoma dell’agenzia e figura chiave nel convincere Congresso e comunità scientifica a finanziare quello che sarebbe diventato Hubble.

Campo visivo 100 volte più ampio di Hubble

Nicky Fox, a capo dello Science Mission Directorate, lo definisce il coltellino svizzero dei telescopi. Il campo visivo è 100 volte più largo di quello di Hubble e permetterà di coprire il 12 per cento del cielo, contro lo 0,1 per cento osservato da Hubble in 36 anni di attività. La velocità di survey è circa 1.000 volte superiore, il che significa che un mese di lavoro di Roman equivale a un secolo di Hubble. Nel conto finale si parla di decine di migliaia di nuovi pianeti, miliardi di galassie, migliaia di supernove e decine di miliardi di stelle.

L’obiettivo di fondo riguarda energia oscura e materia oscura, che secondo il Modello Standard costituiscono rispettivamente circa il 70 per cento e poco più di un quarto del cosmo. Ma il Modello Standard potrebbe essere sbagliato, e secondo McEnery le scoperte di Roman potrebbero confermare i primi indizi in questa direzione. La survey principale durerà oltre un anno e per visualizzare per intero una singola immagine servirebbero oltre mezzo milione di televisori 4K, sufficienti a coprire 45 isolati di Manhattan.

Coronografo, esopianeti e una valanga di dati

Il secondo strumento a bordo è un coronografo pensato per fotografare direttamente pianeti attorno ad altre stelle, bloccando la luce stellare con maschere e specchi deformabili in tempo reale. La NASA lo indica da 100 a 1.000 volte più sensibile di quelli montati su Hubble e Webb, capace di individuare oggetti 100 milioni di volte più deboli della loro stella. Roman userà anche il metodo dei transiti, con un raccolto atteso ben più abbondante rispetto alle missioni passate.

Tutto questo si traduce in 1,4 terabyte di dati scaricati a Terra quasi ogni giorno per i cinque anni previsti di missione. Serviranno circa tre mesi per raggiungere l’orbita operativa attorno al punto L2, a un milione e mezzo di chilometri da qui, con attivazione e calibrazione durante il viaggio e le prime immagini scientifiche attese entro fine anno.

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