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La tassa UE sui piccoli pacchi provenienti dalla Cina e dal resto del mondo extracomunitario ha iniziato a mordere sul serio, e i primi numeri lo confermano senza troppi giri di parole. Dal 1° luglio ogni categoria di prodotto contenuta in una spedizione di piccole dimensioni in arrivo da fuori Unione Europea porta con sé un balzello di 3€. Sembra poco, detto così. Ma su un carrello riempito con cinque o sei articoli da pochi euro l’uno, il conto finale cambia parecchio, e insieme al conto cambia anche l’abitudine di comprare. Per anni il meccanismo era stato l’opposto. Nessun dazio doganale sui micro acquisti, prezzi bassissimi, spedizione quasi simbolica: il risultato era una valanga di pacchetti che attraversavano mezzo pianeta per consegnare una cover del telefono o un paio di calzini. Ora quel vantaggio si è assottigliato, e chi vende punta a farlo notare il meno possibile.
Quanti pacchi arrivavano davvero in Europa
I volumi in gioco spiegano perché Bruxelles abbia deciso di intervenire. Nel 2025 sono entrati nell’Unione Europea circa 5,9 miliardi di piccoli pacchi, un numero che tradotto in termini più concreti significa oltre 180 spedizioni ogni secondo. Quattro volte tanto rispetto al 2022. E il 93% di quel fiume di scatolette partiva dalla Cina. I primi effetti della misura si vedono già. Le dogane francesi, citate dal ministero dell’Economia transalpino, parlano di una flessione delle spedizioni interessate compresa tra il 30% e il 40%. Un calo tutt’altro che marginale, che si spiega con la matematica più semplice del mondo: quando un oggetto costa due o tre euro, aggiungerne altri tre significa quasi raddoppiare la spesa, e a quel punto il vantaggio rispetto al negozio sotto casa evapora.
Sul fronte delle piattaforme, il quadro è altrettanto netto. Tra giugno e luglio, sempre guardando al mercato francese, le vendite in volume di Temu sono scese del 50%, quelle di AliExpress del 37% e quelle di Shein del 15%. Numeri pesanti, soprattutto per chi ha costruito il proprio modello di business proprio sull’ordine impulsivo da pochi euro. C’è però un dato che racconta l’altra faccia della medaglia. Il valore medio degli ordini è cresciuto del 30% su Temu e del 27% su AliExpress. In pratica chi compra ha smesso di ordinare tre volte a settimana e ha iniziato a riempire il carrello una volta sola, magari con prodotti più costosi, per diluire l’impatto della tassa su una spedizione unica.
Perché Shein sta reggendo meglio delle altre
La differenza tra il crollo di Temu e il calo più contenuto di Shein non è casuale. L’azienda ha aperto un magazzino in Polonia, e questo le permette di servire una parte degli ordini europei senza far partire ogni singolo pacco dalla Cina. Meno spedizioni transfrontaliere, meno esposizione al nuovo prelievo.
È probabilmente qui che si gioca la partita vera. L’obiettivo dichiarato dell’Unione Europea era ridurre il flusso di micro spedizioni, e sotto quel profilo il risultato c’è. Solo che la conseguenza potrebbe non fermarsi al rincaro dei prezzi al dettaglio. Le piattaforme asiatiche stanno infatti ragionando sempre più spesso su scorte e strutture logistiche piazzate direttamente dentro i confini europei, il che significa riscrivere da capo il modo in cui i prodotti vengono distribuiti nel mercato comunitario. Nel frattempo il clima attorno a questi marketplace resta teso su altri fronti. La Commissione europea ha multato Temu con 200 milioni di euro per la vendita di prodotti illegali sul mercato europeo, un provvedimento che si aggiunge alle pressioni già in corso sul settore. Quello che ne esce è un ecosistema in movimento, dove il vantaggio competitivo non sta più solo nel prezzo di listino ma in dove si trova fisicamente la merce quando qualcuno preme il tasto acquista.









