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Sound of Metal, il doppio senso del titolo che cambia tutto

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Capita raramente che un titolo diventi il vero colpo di scena di un film, eppure Sound of Metal riesce esattamente in questo: quello che sembra un riferimento banale a un batterista heavy metal si rivela, negli ultimi minuti, qualcosa di completamente diverso. Il film del 2019 diretto da Darius Marder costruisce infatti tutto il suo significato su un doppio senso che nessuno coglie al primo colpo, e che una volta capito cambia la percezione dell’intera storia.

Il punto è che i titoli, nel cinema, sono una faccenda maledettamente delicata. Ci sono casi in cui rovinano tutto, altri in cui rappresentano la chiave di lettura dell’opera.

Quando il titolo racconta più della trama

C’è poi il problema opposto, quello dell’anti spoiler. Io sono leggenda, uscito il 19 dicembre 2007 per la regia di Francis Lawrence con Will Smith, Alice Braga e Charlie Tahan, dura un’ora e 40 minuti e porta un titolo che nel romanzo originale di Richard Matheson aveva un senso preciso, calcolato al millimetro. Nel libro tutto quello che accade acquista significato solo nell’ultima frase, un finale devastante e irripetibile. Nel film quel meccanismo viene smontato del tutto, al punto che della “leggenda” non resta praticamente nulla, nessuna ragione narrativa che giustifichi quelle tre parole.

Ecco perché scegliere un buon titolo è, a conti fatti, un mestiere a sé. E il caso di Sound of Metal viene in mente ogni volta che si affronta l’argomento, perché lì la scelta non è solo azzeccata, è proprio parte integrante del racconto.

Il vero significato di Sound of Metal

La lettura più immediata è quella scontata. Il protagonista suona la batteria in una band heavy metal, quindi il suono del metallo sarebbe semplicemente quello della musica che lo circonda. Poi il film compie un giro di 180 gradi e quella certezza salta completamente.

Hollywood ha abituato il pubblico a un’idea confortante e sbagliata: la persona sorda indossa l’apparecchio acustico e improvvisamente sente tutto in modo perfetto, cristallino, come se nulla fosse. La realtà è diversa. Chi convive con la sordità sa bene che l’apparecchio acustico restituisce un’imitazione approssimativa, spesso mediocre, di quello che arriva alle orecchie di chi non ha problemi di udito. È un suono raschiato, incompleto, pieno di buchi e distorsioni.

E soprattutto è un suono metallico. Quello, e non la batteria, è il vero “suono del metallo” evocato dal titolo. Il film riesce nell’impresa non da poco di far arrivare questa esperienza direttamente allo spettatore, usando il sonoro come strumento narrativo e non come semplice accompagnamento. Chi guarda non osserva soltanto la sordità del protagonista, la attraversa insieme a lui.

Una chiusura che vale tutto il film

Il colpo finale arriva proprio sul filo dei titoli di coda. Sound of Metal si chiude con il rumore di una campana metallica, e in quel momento il cerchio si stringe. Nessuna spiegazione, nessun dialogo esplicativo, solo un suono che rimette a posto ogni pezzo del puzzle e restituisce al titolo il suo significato pieno.

È una piccola lezione su come si intitola una storia, pensata nei minimi dettagli da Darius Marder, che con questo film ha dimostrato quanto un dettaglio apparentemente marginale possa reggere l’intero peso emotivo di un racconto. Altro che leggenda mancata.

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