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Missili ipersonici cinesi, la nuova minaccia ai cieli occidentali

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I missili ipersonici cinesi potrebbero aver cambiato le regole di un gioco che finora sembrava abbastanza prevedibile, quello della superiorità aerea, perché secondo indiscrezioni raccolte in ambito internazionale Pechino avrebbe messo a punto veicoli plananti ipersonici in grado di impiegare armi aria aria contro bersagli in volo a migliaia di chilometri di distanza. Detta così sembra una notizia tecnica per addetti ai lavori, in realtà tocca uno dei punti più delicati di qualunque operazione militare moderna. Il ragionamento è semplice: chi controlla il cielo non lo fa soltanto con i caccia.

Dietro ogni formazione operativa, infatti, si muove un piccolo ecosistema di velivoli che raramente finisce sulle prime pagine. Ci sono le aerocisterne, che allungano il raggio d’azione dei caccia e permettono missioni altrimenti impossibili. Ci sono gli aerei radar, occhi che scrutano lo spazio aereo molto oltre l’orizzonte visibile dai singoli piloti. E ci sono le piattaforme di comando e controllo, vere e proprie centrali volanti che coordinano decine di assetti contemporaneamente. Tutti mezzi grandi, lenti, poco manovrabili, che per definizione restano lontani dalla linea del fuoco.

Perché la distanza non basta più

Il punto è proprio questo. Finora quei velivoli potevano contare su una specie di bolla di sicurezza, una distanza sufficiente a tenerli fuori dalla portata delle minacce convenzionali. Un’aerocisterna che opera a centinaia di chilometri dall’area di combattimento è stata storicamente considerata un bersaglio difficile da raggiungere, semplicemente perché nessun missile aria aria tradizionale arriva così lontano. La comparsa di veicoli plananti ipersonici capaci di trasportare e lanciare armi contro bersagli aerei restringe però quella bolla in modo significativo.

Un veicolo planante ipersonico viaggia a velocità estreme e segue traiettorie che rendono l’intercettazione complicata, perché non si comporta come un missile balistico classico né come un aereo. Se a questa piattaforma viene aggiunta la capacità di ingaggiare bersagli in volo, il risultato è un’arma che può teoricamente colpire proprio quegli assetti di supporto considerati intoccabili. Non i caccia in prima linea, quindi, ma tutto ciò che li rende efficaci. Togliere il rifornimento in volo o l’occhio radar a una formazione significa ridurne drasticamente la capacità operativa senza nemmeno affrontarla direttamente.

Quanto c’è di confermato in questa capacità

Qui serve prudenza. Pechino non ha annunciato pubblicamente nulla del genere e con ogni probabilità non lo farà mai, per ragioni piuttosto ovvie. Le informazioni circolate finora arrivano da ricostruzioni giornalistiche e non da comunicazioni ufficiali, il che lascia aperto un margine di incertezza non trascurabile sull’effettivo livello di maturità del sistema. Una cosa è avere un prototipo funzionante in fase di test, un’altra è disporre di una capacità pienamente operativa, integrata nella catena di comando e disponibile in numeri utili.

La differenza non è accademica. Nel settore della difesa capita spesso che tecnologie annunciate come rivoluzionarie richiedano anni prima di diventare realmente impiegabili, e capita altrettanto spesso che programmi tenuti riservati emergano solo quando sono già in servizio da tempo. Nel caso della Cina e dei suoi programmi ipersonici, la mancanza di trasparenza rende ogni valutazione un esercizio di stima più che di certezza.

Quello che si può dire con ragionevole sicurezza è che la direzione dello sviluppo tecnologico punta verso una progressiva erosione degli spazi sicuri. Le armi aria aria a lunghissimo raggio, montate su piattaforme veloci e difficili da abbattere, spostano il baricentro della pianificazione militare. Chi progetta operazioni aeree deve iniziare a considerare che anche i mezzi tenuti volutamente lontani dal contatto possano finire nel mirino, con tutto ciò che ne consegue in termini di scorte, dispersione delle forze e ridondanza dei sistemi di supporto.

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