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Nello streaming musicale un singolo ascolto vale una frazione di centesimo, però milioni di ascolti diventano soldi veri, e proprio qui si apre lo spazio per le truffe costruite con l’intelligenza artificiale. Il ragionamento è semplice quanto redditizio, se qualcuno riesce a gonfiare i numeri delle riproduzioni, riesce anche a intercettare una fetta di ricavi che non gli spetta. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, perché le royalties vengono distribuite in base a quei conteggi, quindi ogni ascolto falso sottrae denaro a chi ha davvero un pubblico.
Il fenomeno ha un nome preciso, streaming fraud, e consiste nel manipolare le piattaforme per generare ascolti artificiali e quindi incassare compensi non dovuti. Gli strumenti sono vari e piuttosto collaudati, bot che simulano comportamenti di ascolto, account automatizzati creati in quantità industriale, sistemi capaci di caricare valanghe di contenuti nella speranza che qualcosa passi inosservato. Il risultato è che le classifiche e i dati di ascolto possono raccontare una realtà che non esiste.
Perché l’intelligenza artificiale ha alzato il livello del problema
L’elemento nuovo è che l’intelligenza artificiale aggiunge un piano ulteriore a una frode già conosciuta. Produrre brani costa sempre meno, gestire operazioni su larga scala richiede meno persone e meno tempo, e la combinazione tra generazione automatica di musica e automazione degli ascolti rende la truffa più economica e più difficile da individuare. Un tempo servivano catalogo, tempo e una certa organizzazione, oggi bastano strumenti accessibili e una buona dose di sfacciataggine.
Il punto delicato è che questo tipo di manipolazione non colpisce solo le piattaforme. A rimetterci sono gli artisti onesti, quelli che accumulano ascolti reali e vedono il valore del proprio lavoro diluito da traffico costruito a tavolino. Il sistema di ripartizione dei ricavi funziona come una torta divisa in base ai numeri, e se una parte di quei numeri è finta, le fette cambiano dimensione per tutti.
La risposta dell’industria arriva con la Streaming Integrity Initiative
Per contrastare tutto questo nasce la Streaming Integrity Initiative, promossa dall’IFPI, la International Federation of the Phonographic Industry, organizzazione che rappresenta oltre 8.000 case discografiche in giro per il mondo. Non si tratta quindi di un’iniziativa isolata di una singola azienda, ma di un fronte comune che coinvolge una parte molto consistente del settore discografico.
Tra i primi sostenitori del progetto figurano nomi che pesano parecchio negli equilibri del mercato, Sony Music Group, Universal Music Group e Merlin. Tre soggetti che insieme coprono una porzione enorme del catalogo distribuito sulle piattaforme, dalle major storiche fino alla rete delle etichette indipendenti raccolte sotto Merlin.
La scelta di muoversi in modo coordinato ha una sua logica. Le frodi da streaming attraversano confini, piattaforme e servizi diversi, e affrontarle singolarmente significa inseguire un bersaglio che si sposta continuamente. Un’iniziativa condivisa permette invece di lavorare su standard comuni, sullo scambio di informazioni e su strumenti di controllo che possano valere in modo trasversale, non solo all’interno di un singolo servizio.
Fonte: TecnoAndroid








