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n fronte che sembrava fermo si è rimesso in moto: Stop Killing Games ha deciso di schierarsi a fianco della causa legale avviata nei Paesi Bassi contro Sony, procedimento che ruota attorno al presunto monopolio del PlayStation Store e che nelle ultime ore ha registrato una novità di peso. Il movimento, nato per contrastare la sparizione dei videogiochi acquistati regolarmente, aggiunge quindi la propria voce a un contenzioso che riguarda il modo in cui i giocatori possono comprare e conservare i titoli per console.
La questione, va detto, non è nuova. La causa olandese punta il dito contro il funzionamento del negozio digitale di PlayStation, accusato di essere l’unico canale possibile per chi vuole acquistare in formato digitale sulle console della casa giapponese. Un mercato chiuso, senza alternative, dove i prezzi non si confrontano con nessuno. Su questo impianto si è innestato un elemento che ha reso il quadro più delicato, cioè l’annuncio dello stop alla produzione dei giochi su disco.
Perché la fine dei dischi cambia il peso dell’accusa
Il passaggio è tutt’altro che secondario. Finché il supporto fisico resta disponibile, chi non vuole passare dal negozio digitale ha una via d’uscita, può comprare la copia su disco, prestarla, rivenderla, tenerla su uno scaffale. Nel momento in cui quella possibilità viene meno, tutto si concentra su un unico canale. Ed è esattamente il ragionamento che rende la causa olandese più insidiosa per Sony di quanto sarebbe stata qualche anno fa: l’accusa di posizione dominante si appoggia a una scelta industriale annunciata pubblicamente, con una data precisa, il 2028. Da qui l’interesse di Stop Killing Games. Il movimento si occupa proprio del confine tra acquisto e concessione temporanea, tra proprietà reale di un prodotto e licenza revocabile. La sparizione del disco, in questa lettura, non è soltanto una razionalizzazione dei costi di produzione e distribuzione, ma un cambio di natura dell’acquisto stesso. Un file legato a un account resta accessibile fino a quando l’infrastruttura che lo ospita continua a esistere, un dettaglio che i giocatori più attenti hanno imparato a considerare tutt’altro che teorico.
Un’alleanza che allarga la platea
Il sostegno di Stop Killing Games porta con sé qualcosa che le cause legali normalmente non hanno, cioè visibilità e una base di persone già mobilitata. La campagna ha costruito negli ultimi tempi una notorietà considerevole nel mondo dei videogiochi, tanto da diventare un punto di riferimento per chi contesta le pratiche di dismissione dei titoli acquistati. Portare quel peso dentro un procedimento che si gioca nei tribunali dei Paesi Bassi significa spostare la discussione dai forum alle aule, con documenti e argomentazioni formali.
Per Sony la partita si complica su due piani distinti che ora si intrecciano. Da un lato la difesa del modello economico del PlayStation Store, che rappresenta una fetta enorme dei ricavi legati al software. Dall’altro la gestione comunicativa di una transizione al digitale che, sulla carta, era stata presentata come un’evoluzione naturale del mercato, e che invece si trova adesso al centro di un’accusa di abuso di posizione dominante.
Il procedimento nei Paesi Bassi resta comunque circoscritto a un ambito nazionale, ma la logica dell’ordinamento europeo in materia di concorrenza fa sì che precedenti di questo tipo abbiano un’eco che va oltre i confini in cui nascono. Con l’ingresso di Stop Killing Games nel fascicolo, la vicenda dei giochi su disco destinati a uscire di scena entro il 2028 smette di essere una semplice notizia industriale e diventa materia di contenzioso.










