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Spotify ha deciso di affrontare in modo diverso la questione degli artisti AI, quelli che non esistono nella realtà e che vengono costruiti a tavolino con strumenti di intelligenza artificiale. La piattaforma introduce una nuova etichetta dedicata, chiamata AI Personas, che servirà a segnalare in modo chiaro quando dietro un nome non c’è una persona in carne e ossa. E non è solo una questione di trasparenza estetica, perché questi profili finiranno anche fuori dai suggerimenti automatici.
Il contesto aiuta a capire il perché di questa scelta. L’intelligenza artificiale ha molte facce e, ormai, anche molte voci. È una tecnologia che sta rimodellando pezzi interi della società, dal lavoro all’intrattenimento, e la musica non poteva restare fuori da questo movimento. Con tutte le conseguenze del caso, comprese quelle spiacevoli per chi ascolta e per chi produce musica in modo tradizionale.
Dai 75 milioni di brani rimossi a una strategia più morbida
Nei mesi scorsi Spotify ha alzato le difese in maniera piuttosto drastica. A luglio ha cancellato oltre 75 milioni di brani generati con l’AI, un numero che dà bene la misura del fenomeno e della velocità con cui si è gonfiato. Solo che la piattaforma ha capito una cosa importante lungo il percorso, e cioè che lo scontro frontale rischia di essere controproducente.
Il flusso di contenuti creati con l’intelligenza artificiale è in crescita costante e contenerlo del tutto, senza lasciare falle, è praticamente impossibile. Ogni filtro ha le sue crepe, ogni sistema di riconoscimento può essere aggirato. Da qui il cambio di approccio, che ragiona su come accogliere questi contenuti e su come presentarli al pubblico, invece di limitarsi a cancellarli in blocco.
C’è poi un altro elemento che pesa nella decisione. Una parte degli ascoltatori, in modo del tutto legittimo, si diverte anche con un brano generato da strumenti come Suno. Non è un pubblico marginale e non è nemmeno un pubblico da trattare come un problema. Il punto quindi diventa un altro, cioè far capire chiaramente cosa si sta ascoltando.
Etichetta sull’artista, non sull’opera
Il dettaglio più interessante dell’annuncio riguarda proprio dove viene applicata l’etichetta. AI Personas identifica l’artista, non il singolo brano. È un distinguo tecnico che però cambia molto la sostanza della cosa, perché sposta l’attenzione dall’opera al soggetto che la firma.
Significa che il marchio non serve a bollare una canzone come artificiale, ma a chiarire che quel nome, quel profilo, quella presunta identità musicale sono il risultato di un processo generativo. Una scelta che permette di lasciare spazio anche a chi usa l’AI come strumento all’interno di un lavoro umano, senza finire nella stessa casella di chi costruisce da zero un finto cantante.
Alla segnalazione visiva si aggiunge la conseguenza più concreta per questi profili, ovvero l’esclusione dai suggerimenti automatici della piattaforma. Restare presenti nel catalogo è una cosa, comparire nelle raccomandazioni algoritmiche è un’altra, e su Spotify quella seconda voce fa spesso la differenza tra qualche centinaio di ascolti e numeri seri. Gli AI Personas potranno esistere, ma dovranno farsi trovare senza la spinta del sistema di consigli.
Un equilibrio che prova a tenere insieme due esigenze diverse. Da un lato la libertà degli ascoltatori, che possono continuare a cercare e ascoltare quello che vogliono. Dall’altro la tutela di chi fa musica con mezzi tradizionali e si trova a competere con una produzione potenzialmente illimitata, sfornata a costi bassissimi e con tempi che nessun essere umano può reggere.










