In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni
Seguire lo sport digitale non è mai stato così semplice e, allo stesso tempo, così complicato: tra streaming, app ufficiali delle squadre, servizi delle leghe e la buona vecchia televisione, le porte d’accesso si sono moltiplicate, e con loro anche il numero di abbonamenti da tenere sotto controllo. Il quadro emerge dall’ultimo IBM Sports Intelligence Report, realizzato da Morning Consult su 20.589 appassionati maggiorenni in 12 Paesi, Italia inclusa. Il messaggio che arriva dai tifosi è abbastanza chiaro: più offerta non significa automaticamente esperienza migliore.
Il dato che salta all’occhio riguarda le aspettative. Il 46% degli intervistati dichiara di pretendere oggi di più dall’esperienza digitale rispetto a uno o due anni fa. Non è una richiesta astratta, ma il riflesso di abitudini cambiate in fretta, dove il telefono, il tablet e la smart TV convivono nella stessa serata di partita.
Streaming e televisione ormai testa a testa
Per gli eventi dal vivo, lo streaming in abbonamento ha praticamente raggiunto la televisione tradizionale: 30% contro 29%, un margine così sottile da raccontare più un sorpasso in corso che una fotografia definitiva. La spinta principale verso il digitale è la comodità, indicata dal 43% del campione, ovvero la possibilità di guardare un evento quando si vuole e dove si vuole, senza dipendere dal palinsesto. Il 27%, invece, sceglie queste piattaforme per un motivo diverso, cioè l’accesso a contenuti esclusivi che altrove non si trovano.
In Italia la situazione è leggermente sfasata rispetto alla media internazionale. La TV tradizionale conserva ancora un vantaggio, seppur ridotto: il 37% di chi segue eventi sportivi dal vivo si affida principalmente alle trasmissioni classiche, contro il 31% che opta per i servizi streaming a pagamento. Il dettaglio interessante, però, sta nelle fasce d’età. Tra Gen Z e Millennials italiani lo streaming è già la prima scelta, mentre tra Gen X e Boomers restano davanti televisione e canali tradizionali. Una frattura generazionale netta, che nel giro di qualche anno rischia di ribaltare i numeri complessivi.
Troppi abbonamenti, e i giovani sono i più insofferenti
Qui arriva la parte meno confortante per chi vende contenuti sportivi. Il 39% degli appassionati si dice frustrato dalla necessità di gestire più abbonamenti per riuscire a vedere gli sport che segue abitualmente. Non è una lamentela di nicchia, è quasi quattro tifosi su dieci. E la percentuale sale ancora tra i più giovani: nella Gen Z tocca il 46%.
In Italia il malumore è persino superiore alla media. Tra i più giovani, infatti, la quota di chi si sente frustrato dalla frammentazione dei servizi arriva al 48%. Praticamente uno su due. Un numero che pesa, soprattutto considerando che si tratta della fascia più orientata verso il digitale, quella che teoricamente dovrebbe essere il pubblico ideale delle piattaforme in abbonamento.
Il paradosso è evidente. Da un lato la Gen Z abbandona il telecomando e sceglie lo streaming come canale principale, dall’altro è proprio quella generazione a sopportare meno la moltiplicazione di piattaforme, password e rinnovi mensili. La comodità che aveva reso attraente il digitale rischia insomma di essere erosa dalla stessa dispersione dell’offerta.
Nel frattempo, la richiesta di qualità continua a crescere. Quel 46% che si aspetta di più rispetto a uno o due anni fa non chiede necessariamente più contenuti, ma un’esperienza digitale all’altezza, più fluida e meno dispersiva. La ricerca fotografa un pubblico che ha ormai interiorizzato lo streaming come strumento normale di fruizione, e che proprio per questo ha alzato l’asticella di ciò che considera accettabile.










