Chi possiede uno smartwatch lo sa bene, questi dispositivi sono ormai diventati compagni fedeli della vita di tutti i giorni. Ma pochi immaginano che lo stesso orologio capace di monitorare le pulsazioni al polso possa fare qualcosa di davvero curioso, cioè registrare un finto battito cardiaco anche su una banana. Sembra uno scherzo, e invece è tutto vero, e la spiegazione affonda le radici in una tecnologia dal nome complicato ma dal funzionamento sorprendentemente semplice.
Gli orologi intelligenti hanno cambiato le abitudini di parecchie persone. C’è chi li apprezza perché dimentica spesso il telefono a casa e vuole comunque restare raggiungibile, e chi invece li sfrutta soprattutto per tenere sotto controllo l’attività fisica. Le app dedicate al fitness installate direttamente sul quadrante hanno reso normale controllare passi, calorie e frequenza cardiaca in ogni momento della giornata, anche mentre si è in fila alla cassa del supermercato.
La fotopletismografia e il trucco della luce verde
Il cuore della questione, è proprio il caso di dirlo, sta in una tecnica chiamata fotopletismografia. Il termine può spaventare, ma il principio dietro è alla portata di tutti. Il sensore posto sul retro dell’orologio emette una luce, di solito verde, verso la pelle. Questa luce viene in parte assorbita e in parte riflessa, e il dispositivo legge le variazioni della luce riflessa per stimare il flusso del sangue e, di conseguenza, il battito cardiaco.
Il punto è che il sensore non capisce davvero se sotto c’è un cuore che pulsa oppure no. Reagisce semplicemente alle variazioni di luce che percepisce. Ecco perché, appoggiando lo smartwatch sulla buccia di una banana, il dispositivo può interpretare le piccole irregolarità della superficie e i riflessi come se fossero un vero e proprio ritmo cardiaco. Il risultato è che l’orologio mostra un valore in battiti al minuto, come se la banana avesse un cuore che pompa sangue. Non serve nemmeno un frutto particolare. Molti hanno provato l’esperimento con oggetti diversi, dai peluche ad altri elementi dalla superficie chiara o irregolare, ottenendo letture altrettanto fantasiose. La lezione che se ne ricava è tutt’altro che banale, perché aiuta a capire i limiti di questi strumenti.
Cosa significa tutto questo per chi usa lo smartwatch
La conseguenza pratica di questo piccolo esperimento riguarda soprattutto l’affidabilità dei dati. Uno smartwatch resta un ottimo alleato per chi vuole avere un quadro generale della propria condizione fisica, ma i valori che restituisce vanno presi per quello che sono, cioè stime e non misurazioni di livello medico. Se il sensore può farsi ingannare da una banana, è evidente che anche al polso possono verificarsi letture imprecise, magari a causa di un contatto non perfetto con la pelle o di movimenti bruschi durante l’allenamento.
Questo non toglie nulla all’utilità di questi dispositivi. Per l’uso quotidiano e per tenere traccia dell’andamento dell’attività sportiva funzionano benissimo, e i margini di errore restano contenuti nella maggior parte delle situazioni. Chi però ha bisogno di dati precisi sul proprio stato di salute farebbe meglio ad affidarsi a strumenti medici certificati e al parere di un professionista. Il gioco della banana, in fondo, è un modo simpatico per ricordare come funziona la tecnologia che portiamo al polso ogni giorno.