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Il legame tra schermi e rendimento scolastico è al centro di una revisione di dimensioni enormi pubblicata su JAMA Pediatrics, che ha messo insieme 23 metanalisi per un totale di 2,8 milioni di bambini e adolescenti in 64 Paesi. Il quadro che emerge associa un utilizzo più intenso dei dispositivi a risultati peggiori in ambiti come l’apprendimento, il linguaggio, la salute mentale e il comportamento. Numeri di questa portata sembrano chiudere la questione. Diversi esperti indipendenti però invitano alla prudenza, perché nemmeno uno studio così vasto riesce a stabilire fino a che punto siano davvero i dispositivi a provocare quei problemi.
Cosa emerge dalla maxi revisione sugli schermi
Nel complesso gli autori hanno osservato che più ore passate davanti a uno schermo si accompagnano a un rendimento scolastico e linguistico più basso, oltre a maggiori difficoltà emotive e comportamentali. I segnali più netti arrivano dalla sfera emotiva e sociale. L’uso dei dispositivi mostra infatti un legame più marcato con i problemi emotivi e con i conflitti o le difficoltà nei rapporti con i coetanei. Le associazioni con i risultati scolastici e con il linguaggio risultano invece più deboli, anche se si ripetono con una certa costanza nell’insieme delle ricerche esaminate. Sono emersi anche collegamenti con disturbi del comportamento e con sintomi come ansia e depressione.
Non tutto però segue la stessa direzione. La revisione non ha trovato relazioni chiare con altre capacità, come la pianificazione e l’autocontrollo, l’empatia e la cooperazione con gli altri, e nemmeno con il profitto in materie specifiche come matematica, scienze e lettura.
Il lavoro arriva poi in un momento di forte preoccupazione per la scuola e per il ruolo della tecnologia in classe. Mentre un numero crescente di Paesi valuta di limitare i cellulari negli istituti, i risultati del test PISA 2025 mostrano che la media in matematica e lettura è scesa al livello più basso tra i Paesi dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (OCSE).
I dubbi degli esperti sulla causalità
Chi ha potuto leggere lo studio completo riconosce la solidità del metodo e il prestigio della rivista, ma avanza più di una riserva sull’interpretazione. La relazione osservata non dimostra alcuna causalità e le ricerche di partenza presentano limiti importanti. Per cominciare, i dati non permettono di capire cosa venga prima, se il molto tempo trascorso davanti ai dispositivi o i risultati negativi sul piano scolastico, emotivo o comportamentale. C’è poi il problema del concetto stesso di tempo di schermo, che almeno in questa analisi è troppo ampio e mette nello stesso calderone attività diversissime come studiare, giocare o chiacchierare con gli amici. Alcune indagini, infine, non tengono conto in modo adeguato di fattori di contesto come l’età, l’ambiente, i contenuti consumati o lo scopo dell’utilizzo.
Víctor González Calatayud, professore di Didattica e Organizzazione scolastica all’Università di Murcia, invita a leggere con molta cautela la relazione negativa con i risultati scolastici. «I risultati ottenuti sono molto eterogenei, quindi è difficile stabilire una relazione causale» ha spiegato, aggiungendo che lo studio soffre dello stesso limite di molte ricerche primarie: la finalità d’uso, i contenuti e il livello di interazione con i dispositivi di solito non vengono considerati.
Altri studiosi vanno oltre e sostengono che ampliare il campione non basti a capire meglio il fenomeno. Una base dati più grande descrive un’associazione con maggiore precisione, ma non ne spiega per forza i meccanismi. Manuel Fernández Navas, docente di Didattica e Organizzazione scolastica all’Università di Málaga, ritiene che questo tipo di ricerche aiuti «molto poco» a prendere decisioni. «Sapere che due cose sono associate ci dice relativamente poco sul perché lo siano, attraverso quali meccanismi o in quali condizioni» ha osservato.
Sulla stessa linea Tatiana Íñiguez Berrozpe, docente di Sociologia all’Università di Saragozza, secondo cui i risultati confermano quanto la ricerca mostra da anni e ridimensionano l’attuale panico morale su minori e dispositivi. Il legame tra tempo trascorso online e indicatori peggiori di salute mentale e apprendimento esiste, ma è molto piccolo, intorno all’1% delle differenze tra un adolescente e l’altro. «Non è un dato insignificante, ma non sostiene affatto il mantra secondo cui gli schermi sarebbero la causa principale del malessere emotivo adolescenziale» ha precisato la studiosa, ricordando che il loro utilizzo da solo non spiega perché un ragazzo stia male o vada peggio a scuola.
Fonte: TecnoAndroid








