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A Sanremo 2027 l’IA generativa non finirà nella lista delle cose proibite, ma nemmeno potrà prendersi tutta la scena. Il criterio scelto è più sottile di un divieto secco e ruota attorno a un concetto semplice da enunciare e parecchio complicato da misurare, ovvero la prevalenza del contributo umano nella costruzione del brano. Tradotto, la macchina può stare nella stanza, magari anche seduta al pianoforte, purché la mano che decide resti quella di chi firma la canzone. È una posizione intermedia che sposta il baricentro del discorso. Non si tratta più di stabilire se uno strumento sia lecito oppure no, ma di capire quanto pesa dentro il risultato finale. Un dettaglio che cambia tutto, perché sposta l’attenzione dal mezzo al processo.
Il nodo della prevalenza umana
La formula adottata per Sanremo 2027 riconosce implicitamente una realtà già consolidata negli studi di registrazione, dove software e assistenti digitali sono entrati da tempo nella catena produttiva. Vietarli in blocco avrebbe significato, di fatto, negare un pezzo di come la musica viene fatta oggi. La scelta è stata quindi diversa, ovvero fissare un limite qualitativo invece che tecnologico.
Il punto delicato riguarda la verifica. Stabilire che il contributo creativo debba restare umano è una dichiarazione di principio chiara, ma tradurla in un controllo concreto significa entrare in un terreno dove le prove non sono sempre lineari. Una melodia suggerita da un modello e poi rielaborata a fondo da un autore quanto resta artificiale? E un arrangiamento generato in parte da un sistema automatico ma riscritto nei passaggi decisivi? Sono domande che la formula della prevalenza pone senza chiuderle del tutto, lasciando spazio a valutazioni caso per caso.
Cosa cambia per autori e interpreti
Per chi scrive canzoni il messaggio è abbastanza esplicito. L’uso di strumenti basati su intelligenza artificiale non squalifica in partenza un pezzo, però la responsabilità creativa deve poter essere ricondotta a persone in carne e ossa. Una soglia che, nella pratica, spinge verso una maggiore trasparenza su come un brano nasce e su chi ha fatto cosa lungo il percorso.
Il Festival di Sanremo si trova così ad affrontare una questione che attraversa l’intera industria musicale, dai cataloghi delle etichette alle piattaforme di streaming, dove il tema della paternità delle opere generate o assistite da modelli automatici è ormai centrale. La scelta di non vietare ma di regolare segue una logica pragmatica, che evita di trasformare la manifestazione in un tribunale tecnologico e allo stesso tempo prova a difendere il valore della scrittura autoriale.
Resta il fatto che una regola di questo tipo funziona soprattutto come segnale culturale. Dice, in sostanza, che il palco dell’Ariston continua a premiare la firma di un autore e non l’output di un sistema, pur riconoscendo che i due mondi ormai convivono nello stesso processo produttivo. Una linea di demarcazione morbida, che lascia margine di manovra a chi lavora in studio ma fissa un principio difficile da aggirare. La musica generata dall’IA entra dunque nel perimetro del Festival con un ruolo definito, quello di supporto e non di protagonista, mentre il peso specifico della creatività umana diventa il metro con cui misurare l’ammissibilità di un brano in gara.
Fonte: TecnoAndroid








