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Revolut, nessuna traccia del furto di 147 GB al Viminale

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Il caso Revolut si sta rivelando più complicato di come era stato raccontato nelle prime ore, perché i controlli avviati dagli investigatori non hanno confermato il furto dei 147 GB di dati dai sistemi del ministero dell’Interno rivendicato dal gruppo hacker “I am not a villain”. La Polizia Postale, almeno stando a quanto emerso finora, non avrebbe trovato tracce di un’esfiltrazione di quelle proporzioni. Il che non vuol dire che non sia successo niente, anzi. Qualcosa è successo eccome, ma il quadro appare diverso da quello dipinto dalla rivendicazione.

Il punto centrale riguarda infatti la richiesta che ha spinto Revolut a consegnare i dati di circa 680 clienti. La comunicazione sembrava provenire da una PEC del ministero dell’Interno e dalla prefettura di Reggio Calabria, quindi da un canale istituzionale a tutti gli effetti. Gli investigatori dovranno ora capire se gli hacker siano riusciti ad accedere alla casella di posta certificata e, soprattutto, in che modo ci siano arrivati. Una cosa è violare un indirizzo istituzionale, un’altra è penetrare nei sistemi del Viminale.

Cosa dicono gli accertamenti sui 147 GB

La consegna dei dati dei 680 clienti, per quanto grave, non dimostra affatto che il gruppo abbia messo le mani sulle infrastrutture del Viminale. Sulla presunta sottrazione di 147 GB tra documenti e conversazioni delle forze dell’ordine, al momento, i riscontri mancano. L’inchiesta è coordinata dalla Procura di Reggio Calabria, mentre gli accertamenti tecnici sono affidati alla Polizia Postale. Anche l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale sta seguendo da vicino l’evoluzione della vicenda.

Sul fronte aziendale la posizione è netta. Revolut ha ribadito che la propria infrastruttura non è stata violata e che i fondi degli utenti non sono stati compromessi in alcun modo. Una precisazione importante, perché la distinzione tra un attacco ai sistemi bancari e una richiesta fraudolenta arrivata da un canale apparentemente ufficiale cambia completamente la natura del problema. Nel primo caso si parlerebbe di una falla tecnica, nel secondo di un raggiro costruito sfruttando la fiducia riposta nelle comunicazioni istituzionali.

L’esposto del Movimento Difesa del Cittadino

Nel frattempo, però, per la società si è aperto un secondo fronte che con gli hacker non c’entra nulla. Il Movimento Difesa del Cittadino ha presentato un esposto alle autorità di vigilanza dopo aver raccolto una serie di segnalazioni da parte degli utenti italiani. Le contestazioni sono diverse e toccano punti piuttosto concreti, dalle informazioni giudicate insufficienti sul sito ai documenti non sempre disponibili in italiano, fino ai problemi ricorrenti con il servizio clienti.

Nel mirino dell’associazione è finito anche il Robo-Advisor, il servizio di investimento automatizzato proposto dalla piattaforma. Secondo MDC il modo in cui viene presentato rischia di non rendere abbastanza chiari i rischi, soprattutto per chi ha poca dimestichezza con il mondo degli investimenti e magari si affida allo strumento pensando che sia una sorta di salvadanaio evoluto. Una questione di trasparenza, insomma, più che di funzionamento.

Poi ci sono le lamentele sull’assistenza, un classico per i servizi digitali ma qui particolarmente insistenti. Gli utenti parlano di chatbot poco utili, risposte standard da parte degli operatori e reclami che richiedono più tentativi prima di trovare una soluzione decente. Nell’esposto vengono contestate anche alcune clausole dei contratti proposti alla clientela italiana, ritenute problematiche dall’associazione dei consumatori.

Due vicende parallele, quindi, che finiscono per intrecciarsi nello stesso momento. Da una parte un’indagine penale che dovrà ricostruire come sia stato possibile ottenere i dati di 680 persone spacciandosi per un’autorità pubblica, dall’altra un procedimento davanti alle autorità di vigilanza che riguarda il rapporto quotidiano tra la piattaforma e i suoi clienti italiani. Gli accertamenti della Polizia Postale proseguono e dovranno chiarire il punto di partenza dell’intera catena, ovvero l’origine di quella richiesta arrivata via posta certificata.

Fonte: TecnoAndroid

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