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Rassvet, la risposta russa a Starlink non decolla: 32 satelliti

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Il progetto Rassvet, la costellazione che Mosca ha immaginato come risposta diretta a Starlink, dopo trentadue satelliti in orbita si trova in una situazione piuttosto scomoda: nessuno di quei mezzi ha raggiunto la quota di lavoro prevista. Un dato che pesa, considerando le ambizioni dichiarate dal Cremlino e il contesto in cui è nato tutto questo, cioè la guerra in Ucraina e l’impossibilità per l’esercito russo di continuare a sfruttare la rete di Elon Musk.

La vicenda parte da lontano. Nel maggio del 2024, due anni dopo l’invasione dell’Ucraina, il governo degli Stati Uniti si è coordinato con SpaceX per bloccare l’uso non autorizzato dei terminali a banda larga satellitare da parte delle forze armate russe. L’azienda americana non aveva mai concesso accesso ufficiale al proprio sistema, ma i militari di Mosca avevano trovato una scorciatoia piuttosto creativa, montando su droni terminali Starlink comprati al mercato nero. Dopo la segnalazione arrivata da Kiev, il lavoro di contenimento è andato avanti fino a sfociare in una lista bianca: soltanto i dispositivi verificati e registrati ufficialmente possono operare sul territorio ucraino. Fine dei giochi, o quasi.

Rassvet, due lotti e una lunga serie di intoppi

Perso l’accesso indiretto alla rete di Musk, la Russia ha puntato tutto sulla propria infrastruttura. Rassvet è sviluppato dalla società russa Bureau 1440 e la tempistica dice molto: dopo la pubblicazione della lista bianca a febbraio, un primo gruppo di 16 satelliti è partito a marzo, seguito da altri 16 a luglio. Sulla carta il piano è ambizioso, con 300 satelliti previsti entro il 2027 e 924 entro il 2035.

I numeri reali, però, raccontano un’altra storia. Dei 32 apparecchi lanciati, nessuno è arrivato all’orbita operativa fissata a 800 chilometri di altitudine. Diversi si sono fermati tra i 300 e i 550 chilometri, altri non sono praticamente riusciti a salire. Un satellite del primo lotto non è mai entrato in orbita e ha continuato a perdere quota fino a rientrare verso la Terra a giugno. Nel secondo gruppo ce ne sono almeno due che potrebbero seguire la stessa strada.

Non tutto è compromesso, ma servono altri lanci

C’è un elemento che mette le cose in prospettiva. Secondo il tracker satellitare indipendente Jonathan McDowell, anche Starlink ha inciampato parecchio agli inizi. Circa il 5% del primo lotto di SpaceX ha ceduto quasi subito dopo il lancio. Più avanti, sui 60 satelliti portati in orbita, il tasso di fallimento è salito al 13%. Poi è scivolato al 3% e oggi si aggira attorno allo 0,01%. In altre parole, quello che sta capitando alla costellazione russa rientra in un margine di normalità per chi comincia da zero. La ricetta, banalmente, è continuare a lanciare e imparare dagli errori.

Il problema è che lanciare non dipende soltanto dalla volontà di Mosca. Per portare in orbita i satelliti servono i razzi Soyuz, e l’Ucraina ha colpito di recente la fabbrica dove questi vettori vengono costruiti. Non solo: sono stati inviati droni contro il cosmodromo di Plesetsk, la base da cui partirebbero i lanci. Due obiettivi scelti con precisione chirurgica, che rendono l’intera tabella di marcia molto più fragile di quanto suggeriscano le cifre ufficiali.

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