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PlayStation Store, Sony nega la proprietà dei giochi digitali

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La questione della proprietà dei giochi digitali è tornata al centro di un’aula di tribunale, e stavolta con un dettaglio che rende tutto più imbarazzante del previsto. Il team legale di Sony ha sostenuto pochi giorni fa che nessun consumatore ragionevole potrebbe davvero credere di possedere un videogioco comprato sul PlayStation Store. Una frase che, detta così, suona già poco simpatica alle orecchie di chi negli anni ha speso cifre importanti in titoli scaricabili. Il problema è che a smentire quella tesi non sono soltanto gli utenti arrabbiati, ma le parole stesse dell’azienda, ripetute per anni in comunicazioni pubbliche.

La difesa poggia tutta su un principio noto a chi mastica un po’ di contrattualistica digitale: quando si paga per un gioco scaricabile non si acquista l’opera, ma una licenza limitata e revocabile. Tecnicamente è una posizione che regge, ed è la stessa adottata praticamente da tutto il settore. Il punto sollevato dai consumatori coinvolti nella causa è però un altro, e riguarda il linguaggio usato per vendere. Sul PlayStation Store compare il pulsante “Acquista”, non una formula più tiepida. E chi acquista, nella percezione comune, porta a casa qualcosa che resta.

Le 44 dichiarazioni raccolte contro la tesi degli avvocati

A rendere la posizione della società più fragile ci ha pensato il Consumer Rights Wiki, che ha messo insieme almeno 44 dichiarazioni documentate in cui Sony parla dei giochi digitali usando termini chiaramente legati all’idea di possesso. Verbi come “acquistare” e “possedere”, ripetuti nero su bianco, in contesti pubblici e ufficiali. E secondo la stessa raccolta gli esempi complessivi sarebbero centinaia, quindi quei 44 casi rappresentano solo la punta emersa di un archivio molto più ampio.

Il materiale comprende pagine tuttora online, versioni archiviate e screenshot. Un dettaglio non secondario, perché dimostra che non si tratta di una svista concentrata in un periodo preciso o di una vecchia formulazione poi corretta. Le contraddizioni attraversano l’intera storia del negozio digitale PlayStation, dal passato fino a oggi, quasi come una costante nel modo in cui la piattaforma ha sempre comunicato con la propria utenza. Difficile parlare di malinteso isolato quando la stessa espressione ritorna per anni.

Una battaglia semantica che altri hanno già chiuso

Alla fine buona parte dello scontro si gioca su una parola. Altri store hanno risolto la faccenda da tempo, semplicemente cambiando etichetta: al posto di “Acquista” compaiono formule più neutre come “Ottieni”, che non promettono nulla in termini di possesso e mettono al riparo l’azienda da contestazioni di questo tipo. Sony invece ha mantenuto una terminologia che, secondo i ricorrenti, può ragionevolmente far pensare di ottenere un diritto duraturo sul titolo pagato.

Il contesto poi non aiuta. La discussione arriva mentre monta la polemica sulla fine del supporto fisico per i videogiochi, un tema che tocca da vicino la community PlayStation e che negli ultimi tempi ha alimentato parecchio malumore. Quando il disco sparisce, il download diventa l’unica strada disponibile, e sentirsi dire che quel download non appartiene a chi lo ha pagato ha un peso diverso rispetto a qualche anno fa. È il tipo di dichiarazione che finisce per irritare proprio la fetta di pubblico più fedele.

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