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La fine dei dischi PlayStation resta fissata a gennaio 2028, ma il percorso verso quella data sarà meno brusco di quanto sembrava fino a poche settimane fa. Sony non ha cambiato idea sulla dismissione del supporto fisico, semplicemente la sua fabbrica non spegnerà le macchine con la rapidità che era stata raccontata. A due mesi dalle prime indiscrezioni sull’ultimo stabilimento del gruppo dedicato alla stampa dei dischi, già dato in riconversione, la divisione che se ne occupa ha corretto un dettaglio tutt’altro che secondario.
Il punto riguarda una cifra finita in circolo e interpretata male. Da una dichiarazione del presidente della divisione era emerso che l’impianto di Thalgau, in Austria, avrebbe prodotto il 90% di dischi in meno nel 2028. La realtà, invece, è un’altra: il calo previsto sarà del 10%, non una riduzione fino al 10% della capacità attuale. Una differenza enorme, che ribalta completamente la lettura dei mesi scorsi.
Un chiarimento che cambia i numeri, non la direzione
A mettere le cose in fila è stato un portavoce di Sony DADC, la divisione che si occupa della produzione dei supporti ottici, rimasto anonimo. Le sue parole sono state piuttosto nette: in quella dichiarazione Dietmar anticipava un calo complessivo del volume di prodotto del 10%, non una discesa fino al 10%. Un chiarimento arrivato, a detta della stessa azienda, per evitare informazioni fuorvianti.
Al di là della precisazione, però, l’azienda non ha voluto aggiungere altro. Nessuna risposta alle domande sulla riorganizzazione interna, in particolare su quel piano che a luglio veniva descritto come una riqualificazione totale dei 300 dipendenti dello stabilimento, destinati a passare dalla stampa dei dischi alla lavorazione delle microlenti. Se quel progetto sia ancora in piedi nella forma originaria, o se abbia subito rallentamenti, resta senza risposta ufficiale.
Una spiegazione plausibile per una transizione più lenta esiste, ed è tutta pratica. Anche dopo il famoso spartiacque di gennaio 2028, quando Sony smetterà di stampare giochi nuovi su supporto fisico, gli editori potranno continuare a piazzare riordini per i titoli PlayStation su disco già esistenti. In altre parole le linee di produzione non si fermeranno di colpo, continueranno a girare per soddisfare le ristampe dei cataloghi già pubblicati. Ed è un lavoro che, numeri alla mano, non sparisce dall’oggi al domani.
Il nodo vero riguarda la proprietà dei giochi
Il fatto che i dischi restino in circolazione più a lungo del previsto non cambia però il quadro generale, che per chi tiene al concetto di proprietà dei giochi non è per niente rassicurante. L’iniziativa disc-to-digital lanciata da Microsoft, pensata per permettere ai possessori di copie fisiche di convertirle in licenze digitali, sconta un’assenza pesante: diversi grandi editori non vi hanno aderito, e la loro mancanza si nota parecchio.
Sul fronte Sony la questione si fa ancora più spinosa. L’azienda ha sostenuto in sede legale una tesi tanto diretta quanto spiazzante, secondo cui nessun consumatore ragionevole potrebbe davvero credere di possedere un gioco dopo averlo acquistato. Il motivo addotto è quasi paradossale nella sua semplicità: se un giocatore possedesse realmente quel titolo, come potrebbero esistere più copie contemporaneamente?
È un argomento che dice molto sul modo in cui il mercato dei videogiochi sta ridefinendo il rapporto tra chi compra e ciò che compra. Il supporto fisico, nella visione dei grandi produttori, è un formato di distribuzione destinato all’archiviazione, non un titolo di possesso. E la parabola dello stabilimento di Thalgau, tra correzioni di cifre e riconversioni annunciate, si inserisce proprio dentro questo passaggio. Per ora l’unica certezza numerica sul tavolo è quella fornita dal portavoce: un calo del 10% dei volumi produttivi nel 2028, con la produzione di nuovi titoli su disco che si interrompe a gennaio dello stesso anno e i riordini dei giochi già in catalogo che restano possibili.








