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Sulla sabbia di una spiaggia subtropicale del Giappone è comparso qualcosa che fino a poco tempo fa non aveva nemmeno un nome, e adesso invece ce l’ha: plasticoral, un materiale nato dalla fusione tra frammenti di plastica e scheletri di corallo. Non un rifiuto appoggiato accanto a un pezzo di barriera, ma un corpo unico, dove i due elementi si sono saldati fino a diventare inseparabili. Una roccia che non è una roccia, insomma, e che porta impressa dentro di sé la firma della presenza umana.
Il termine descrive esattamente quello che appare: plastica e corallo che si comportano come un solo oggetto. La definizione più corretta, e anche la più scomoda, è quella di materiale di origine antropica, cioè prodotto in ultima analisi dalle attività umane. Non è stato progettato da nessuno, non esce da una fabbrica, non ha un brevetto. Si forma da sé, sulla battigia, dove i detriti che il mare porta a riva incontrano ciò che resta degli organismi marini.
Cosa significa trovare il plasticoral su una spiaggia
Il ritrovamento su una spiaggia subtropicale giapponese aggiunge un elemento concreto a una storia che va avanti da anni, quella dei rifiuti in polimero che smettono di essere semplici rifiuti e diventano parte del paesaggio geologico. Il plasticoral appartiene a quella famiglia di formazioni ibride in cui la materia sintetica non si limita a sporcare l’ambiente, ma ci si integra, cambiando struttura e aspetto fino a confondersi con il substrato naturale.
C’è una differenza sostanziale tra una bottiglia abbandonata sulla sabbia e un frammento di plastica che si è incorporato in uno scheletro corallino. Nel primo caso il rifiuto resta riconoscibile, catalogabile, rimovibile. Nel secondo diventa parte di una massa composita che nessuna operazione di pulizia distinguerà più dal resto. Chi cammina su quella spiaggia, con buona probabilità, non noterebbe nulla di strano.
Un materiale che racconta la nostra impronta
L’aspetto più significativo di questi materiali di origine umana è che funzionano come una specie di registrazione. Il corallo, di per sé, è un archivio naturale, un deposito di calcare costruito nel tempo dagli organismi che lo abitano. Quando in quel deposito si inserisce un elemento sintetico, l’archivio cambia natura e inizia a raccontare un’altra cosa, cioè il passaggio della plastica negli ecosistemi costieri.
Il nome plasticoral serve proprio a questo, a dare un’etichetta precisa a un fenomeno che altrimenti rischierebbe di restare indistinto tra le mille forme dell’inquinamento marino. Avere un termine significa poterlo cercare altrove, confrontare i ritrovamenti, capire quanto sia diffuso. Le zone subtropicali, con la loro abbondanza di formazioni coralline e una notevole esposizione alle correnti che trasportano detriti, sono contesti dove questo tipo di incontro tra materiali può avvenire con più facilità.
Vale la pena notare quanto sia recente il vocabolario per descrivere queste cose. Parole come plasticoral nascono perché la realtà ha superato la capacità delle categorie esistenti di contenerla. La plastica non si limita più a galleggiare o a frantumarsi in microparticelle, ma entra in combinazione con quello che trova, e il risultato è un oggetto nuovo, senza precedenti nella storia naturale del pianeta. Quello che resta, alla fine, è un frammento raccolto su una spiaggia subtropicale del Giappone, metà corallo e metà polimero, saldato in un pezzo solo.
Fonte: TecnoAndroid








