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Esiste un esperimento scientifico cominciato quasi un secolo fa che non si è mai interrotto, e il suo protagonista è un materiale che a prima vista sembra tutto tranne che un liquido. Si chiama Pitch Drop Experiment ed è considerato l’esperimento più lungo del mondo tra quelli di laboratorio ancora in corso, tanto da essersi guadagnato il riconoscimento ufficiale del Guinness World Records. Al centro di tutto c’è la pece, una sostanza scura che sembra solida e che invece, con una pazienza misurata in anni, scorre davvero.
Chi la osserva per qualche minuto non nota nulla di strano. Appare dura e compatta, per certi versi perfino fragile, al punto che un semplice colpo di martello basta a spezzarla in frammenti. Un comportamento che chiunque assocerebbe a un corpo solido e non certo a un fluido. Eppure dietro quell’aspetto immobile si nasconde una natura diversa, che emerge solo lasciando lavorare il tempo. Ed è proprio su questo contrasto tra ciò che si vede e ciò che accade davvero che si regge uno degli esperimenti scientifici più curiosi mai realizzati.
Come è nato l’esperimento all’Università del Queensland
La storia comincia nel 1927 in Australia. Il fisico Thomas Parnell, in forza all’Università del Queensland, decise di riscaldare della pece e di versarla all’interno di un imbuto di vetro. Poi, almeno in apparenza, non fece più nulla. Il materiale venne lasciato a riposare per tre anni interi, un periodo necessario perché la sostanza si assestasse all’interno del contenitore prima di passare alla fase successiva.
Nel 1930 arrivò il momento decisivo. Parnell tagliò il fondo dell’imbuto e da quel giorno il compito passò interamente alla gravità, senza bisogno di ulteriori interventi. Nessuna spinta esterna e nessun meccanismo particolare, solo il peso della pece e il lento trascorrere delle stagioni. Un’impostazione tanto essenziale quanto efficace, perché bastavano un contenitore di vetro, un po’ di materiale scuro e parecchia costanza per mostrare qualcosa che l’occhio umano, da solo, non riesce a cogliere.
Perché la pece scorre così lentamente
Il cuore della faccenda sta tutto in una parola, viscosità. In termini semplici indica quanto un fluido si oppone allo scorrimento. L’acqua, ad esempio, ha una viscosità bassissima e infatti scivola via in un attimo. Il miele ne ha una decisamente più alta e cola con maggiore fatica. La pece si trova su un altro pianeta, dato che la sua viscosità è circa 100 miliardi di volte superiore a quella dell’acqua.
Con una resistenza allo scorrimento così elevata il movimento diventa praticamente invisibile a occhio nudo. Chi si mettesse davanti all’imbuto per ore, o anche per giorni, avrebbe l’impressione di trovarsi di fronte a un blocco del tutto fermo. In realtà la sostanza continua a spostarsi verso il basso, soltanto lo fa con una lentezza che sfugge completamente alla percezione quotidiana. È per questo che il Pitch Drop Experiment richiede una pazienza fuori dal comune, misurata non in minuti ma in anni.
Per dare un’idea concreta dei tempi in gioco basta guardare alla prima goccia di pece staccatasi dall’imbuto dopo il taglio del fondo, avvenuto nel 1930. Per formarsi e cadere impiegò circa otto anni.
Fonte: TecnoAndroid








