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Ci sono luoghi del pianeta che nessuno visiterà mai, e le pianure abissali sono probabilmente il più grande di tutti. Distese piatte, buie, immobili, che si allargano sotto la superficie degli oceani per porzioni enormi della crosta terrestre e che, cosa piuttosto sconcertante, sono arrivate fino a oggi praticamente identiche a se stesse. Pensarci con un minimo di attenzione produce una specie di vertigine, una piccola crisi esistenziale che vale la pena provare almeno una volta.
Il punto non è tanto la profondità, che comunque impressiona. È il rapporto tra spazio e tempo. Queste zone del fondo oceanico occupano una fetta gigantesca della superficie del pianeta e allo stesso tempo attraversano intervalli temporali che la mente umana non riesce davvero a maneggiare. Nessun cambio di stagione, nessuna alba, nessun evento che spezzi la monotonia. Solo una continuità che va avanti da un tempo talmente lungo da sembrare un errore di calcolo.
Un paesaggio che sembra fermo da sempre
La sensazione, ragionando sulle pianure abissali, è quella di guardare qualcosa che è rimasto fuori dalla storia. In superficie il pianeta ha cambiato faccia infinite volte: continenti che si spostano, climi che si ribaltano, specie che appaiono e scompaiono, civiltà che nascono e crollano. Laggiù, invece, niente. O quasi. La stessa pianura, la stessa oscurità, la stessa immobilità che c’era prima che qualcuno inventasse la scrittura, l’agricoltura o il concetto stesso di tempo misurato.
C’è qualcosa di quasi provocatorio in questa stabilità. L’idea che il mare profondo sia il regno dello spettacolare, con creature bioluminescenti e forme di vita improbabili, è vera solo in parte. Buona parte di quello spazio è, semplicemente, piatta. Vuota all’apparenza. Un enorme fondale liscio che si estende oltre qualsiasi possibilità di sguardo, dove la parola paesaggio perde quasi di significato perché manca ogni riferimento visivo, ogni rilievo, ogni margine.
E proprio questa assenza di appigli è ciò che rende l’esperienza mentale così destabilizzante. Immaginare una montagna è facile. Immaginare una pianura che continua per distanze enormi, sotto chilometri di acqua nera, senza nessuno che l’abbia mai attraversata, è un esercizio che il cervello tende a rifiutare.
La sproporzione che mette in crisi ogni misura umana
Il confronto con la scala delle pianure abissali ridimensiona parecchie certezze. Le città, le infrastrutture, le opere che sembrano imponenti viste da terra diventano dettagli minuscoli se paragonate a quelle distese sommerse. Non serve nemmeno un ragionamento complicato: basta considerare quanta parte del pianeta sia coperta dagli oceani e quanta di quella parte corrisponda a questi fondali uniformi.
Il tempo, poi, funziona secondo regole diverse. Quello che in superficie viene percepito come antico, come remoto, come lontanissimo, laggiù equivale a poco più di un battito. La quiete degli abissi non è una pausa, è la condizione normale. È l’attività frenetica del mondo emerso a essere l’eccezione, l’anomalia, il rumore di fondo di un pianeta che per il resto se ne sta tranquillo.
Da qui nasce quella sensazione strana, a metà tra il disagio e una specie di sollievo. Disagio perché l’insignificanza delle vicende umane, misurata su quella scala, diventa evidente in modo brutale. Sollievo perché esiste ancora qualcosa che va avanti indipendentemente da tutto, indifferente ai calendari e alle urgenze.
Le pianure abissali restano quindi uno dei pochi luoghi terrestri in cui il concetto di immutabilità non è una metafora, ma una descrizione piuttosto accurata di come stanno le cose: distese che rappresentano un’estensione enorme di spazio e di tempo, arrivate fino al presente sostanzialmente inalterate.








