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Pianeti rocciosi nati 100 milioni di anni dopo il Big Bang

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Che l’universo abbia iniziato a mettere insieme i pianeti rocciosi quasi subito, senza aspettare miliardi di anni, è l’ipotesi che emerge da una serie di simulazioni al computer dedicate alle prime fasi del cosmo. Secondo questi calcoli, i mattoni fondamentali dei corpi solidi, quelli che poi diventano mondi come la Terra, potrebbero essersi formati appena 100 milioni di anni dopo il Big Bang. Un tempo brevissimo, se rapportato ai quasi quattordici miliardi di anni di storia dell’universo. Il punto interessante è proprio la tempistica. Cento milioni di anni, su scala cosmica, sono poco più di un battito di ciglia: l’equivalente dei primi istanti di vita di un organismo appena nato. Eppure, stando alle simulazioni, in quella finestra così stretta esistevano già le condizioni perché la materia solida cominciasse ad aggregarsi.

Perché la scoperta cambia le carte in tavola

L’idea comune vuole che l’universo appena nato fosse un ambiente poco adatto alla costruzione di mondi solidi. Serve materiale, servono ingredienti, e quegli ingredienti non compaiono dal nulla. I mattoni dei pianeti sono granuli minuscoli che si formano nello spazio e che, urto dopo urto, finiscono per unirsi in corpi sempre più grandi. Se questo processo fosse partito con largo anticipo rispetto a quanto ipotizzato finora, l’intera cronologia della formazione planetaria andrebbe riletta.

Le simulazioni raccontano proprio questo: che l’universo primordiale non era necessariamente sterile. Al contrario, avrebbe potuto avviare la produzione di materiale roccioso mentre stava ancora prendendo forma, con le prime generazioni di strutture cosmiche appena accese. Non pianeti completi, chiaro. Piuttosto i loro precursori, i semi da cui poi tutto si sviluppa.

Il valore dei modelli al computer

Quando si parla di epoche così remote, l’osservazione diretta diventa complicata. La luce di quel periodo è debole, lontanissima, difficile da isolare. Per questo i ricercatori si affidano ai modelli numerici: si costruiscono scenari virtuali, si inseriscono le condizioni fisiche note e si lascia che il calcolo mostri cosa succede. È un metodo che non sostituisce la prova osservativa, ma indica dove guardare e cosa aspettarsi.

Nel caso dei pianeti rocciosi, l’indicazione che arriva dai calcoli è netta. Il processo di aggregazione della materia solida sarebbe stato possibile molto prima di quanto si pensasse, con implicazioni che vanno ben oltre la semplice curiosità cronologica. Se i corpi solidi hanno cominciato a formarsi presto, allora la loro diffusione nell’universo potrebbe essere più ampia e più antica di quanto immaginato.

Una storia cosmica da riscrivere

Resta il fatto che parlare di 100 milioni di anni dopo il Big Bang significa spingersi in un territorio dove le certezze sono poche e le domande tante. Le simulazioni offrono uno scenario plausibile, non una fotografia. Ma è uno scenario che vale la pena prendere sul serio, perché sposta indietro un limite che sembrava piuttosto solido. Nella pratica, l’universo avrebbe iniziato a fabbricare i componenti dei mondi solidi quando era ancora giovanissimo, in una fase che di solito viene descritta come caotica e inospitale. E i pianeti rocciosi, da eccezione tardiva, diventerebbero il risultato di un meccanismo attivo praticamente fin dall’inizio della storia cosmica.

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