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Pavel Durov ha messo nero su bianco un’ambizione che a Telegram inseguono da tempo, ovvero controllare in prima persona un pezzo di infrastruttura di Internet: la società ha depositato all’ICANN la richiesta per gestire il dominio .gram, l’estensione che porterebbe la messaggistica a diventare registro di sé stessa. L’annuncio è arrivato su X, direttamente dal fondatore, e ora il dossier finirà sotto esame. Con un dettaglio non secondario, cioè che nessuno può dare per scontato l’esito favorevole.
Vale la pena chiarire di cosa si parla, perché il termine tecnico rischia di confondere. Un dominio di primo livello, il cosiddetto TLD, è quella parte finale dell’indirizzo che tutti conoscono nella forma .com, .net oppure .it. Dietro ognuna di queste estensioni c’è un registro, un soggetto che la amministra e che l’ICANN valida dopo aver passato al setaccio requisiti tecnici e solidità finanziaria. Poi si apre una finestra in cui chiunque, in teoria, può sollevare obiezioni.
Perché Telegram vuole diventare padrone di casa
Le obiezioni, in questo caso, hanno già un nome plausibile. Meta potrebbe muoversi sostenendo che un’estensione del genere finisca per creare confusione con Instagram e danneggiarne l’immagine. Non è un’ipotesi campata per aria, considerando quanto quel suffisso sia associato al social fotografico nella testa delle persone.
Se però la richiesta passasse, Telegram non si limiterebbe a comprare un indirizzo come fa qualsiasi azienda. Diventerebbe l’operatore dell’intera zona .gram, con la facoltà di distribuire indirizzi nella forma www.username.gram al proprio miliardo di utenti. Un salto di categoria, insomma, che sposta l’azienda dal ruolo di cliente a quello di gestore. Durov si è spinto anche oltre, immaginando che da quegli indirizzi possano nascere siti web interattivi ospitati direttamente dalla piattaforma e generati con una singola istruzione testuale, senza bisogno di strumenti di sviluppo esterni.
La lezione dei link t.me rimasti al buio
C’è un antefatto che spiega parecchio di questa mossa. A luglio i link brevi t.me, quelli che milioni di persone usano ogni giorno per aprire canali e chat, hanno smesso di funzionare per quasi una giornata intera. Il motivo non dipendeva da Telegram, ma da GoDaddy, il registro che amministra l’estensione .me, che aveva temporaneamente disattivato il dominio della piattaforma. Un blackout deciso altrove, con la messaggistica costretta a subire e basta.
Non è stato l’unico grattacapo legato a quegli indirizzi. A gennaio 2026 era emersa una vulnerabilità in una variante del tipo t.me/proxy, sfruttabile per esporre l’indirizzo IP reale di un utente senza che questo se ne accorgesse.
Messe in fila, le due vicende raccontano la stessa cosa. Finché la denominazione dei link dipende da un soggetto terzo, esiste sempre qualcuno che può staccare la spina. Ottenere un proprio TLD significherebbe togliere di mezzo l’intermediario e tenere in casa il controllo dell’infrastruttura.
Il contesto giudiziario che pesa sul dossier
Sullo sfondo, però, resta una situazione complicata. Telegram e il suo fondatore sono finiti nel mirino della giustizia in più di un Paese. In Francia la magistratura contesta a Durov di non aver agito contro la diffusione di contenuti criminali sulla piattaforma di messaggistica. Il mese scorso la Russia ha annunciato di aver emesso un mandato di ricerca internazionale nei suoi confronti, con l’accusa di complicità in attività terroristiche.
Sono elementi che non entrano formalmente nella valutazione tecnica di un’estensione, ma che difficilmente passeranno inosservati durante l’iter. L’ICANN dovrà decidere se accettare il fascicolo, e in parallelo si capirà se Telegram abbia già in mano gli strumenti per organizzare domini e sottodomini collegati al nuovo TLD. Un lavoro che, con un miliardo di utenti potenzialmente coinvolti, non si esaurisce in qualche riga di codice.










