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Peste nera: il DNA antico svela 400 anni di ritorni in Europa

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Il DNA antico estratto da resti umani sepolti in mezza Europa racconta una storia che va ben oltre la Morte Nera: la peste non se ne andò affatto dopo il 1353, ma continuò a tornare, mutare e colpire per oltre quattrocento anni. A ricostruire questo lungo strascico è uno studio guidato dall’Università di Tartu, che ha messo insieme genetica, archeologia e cronache storiche per capire come il batterio riuscì a sopravvivere così a lungo nel continente.

La grande ondata del 1347-1353 resta la più nota, quella che uccise milioni di persone e che tutti ricordano dai libri di scuola. Solo che non fu un episodio isolato. La peste tornò ciclicamente, mandando in crisi città, economie e comunità intere per generazioni. I ricercatori hanno ricostruito 26 genomi di Yersinia pestis, il batterio responsabile della malattia, partendo da resti umani recuperati in 11 siti archeologici tra Estonia, Russia, Inghilterra, Paesi Bassi e Svizzera. I campioni coprono un arco che va dal quattordicesimo al diciottesimo secolo, buona parte cioè di quella che gli studiosi chiamano Seconda Pandemia di Peste.

Un batterio che si reinventa di continuo

Il quadro genetico smonta un’idea abbastanza diffusa, quella di un unico focolaio persistente da cui la malattia si sarebbe irradiata ogni volta. Le cose andarono diversamente. La peste riemerse in punti differenti d’Europa lungo i secoli, creando probabilmente diversi serbatoi naturali dove il batterio poteva restare in circolo. L’Estonia, per esempio, venne raggiunta più volte, segno che i suoi legami commerciali e umani con il resto del continente funzionavano anche come autostrade per i contagi.

Il momento più interessante si colloca attorno al 1450-1500. In quella fase le linee genetiche della peste conobbero un’espansione notevole e si divisero in tre rami principali, che potrebbero aver dato origine a nuovi serbatoi tra i roditori selvatici. Anche il clima ci mise del suo: i ricercatori indicano la cosiddetta Grande Siccità del Rinascimento come possibile fattore, visto che negli attuali sistemi di circolazione della peste le variazioni climatiche incidono parecchio sui focolai tra gli animali selvatici.

“Abbiamo trovato prove di ripetute introduzioni della peste in Estonia già dalla fine del quattordicesimo secolo e identificato diverse linee genetiche finora sconosciute, sia in contesti urbani sia rurali”, ha spiegato la professoressa Kristiina Tambets.

Il problema delle date e come è stato aggirato

Studiare le pandemie del passato significa scontrarsi con un ostacolo pratico non da poco: capire quando esattamente qualcuno si sia ammalato. Con il Covid-19 ogni sequenza genomica arrivava con una data precisa, il che permise di seguire le varianti quasi in tempo reale. Con i campioni antichi succede il contrario. La datazione al radiocarbonio restituisce finestre temporali larghe decenni, a volte più di un secolo.

“Per le pandemie storiche quei riferimenti temporali spesso mancano o coprono oltre 100 anni, e questo limita la nostra capacità di interpretare i dati genetici”, ha osservato Marcel Keller, primo autore del lavoro. Il gruppo ha messo a punto un metodo per stringere quelle forbici, guardando alla posizione di ciascun genoma sull’albero evolutivo del batterio e usando quell’informazione per affinare le stime. L’approccio è stato poi applicato a 64 genomi già pubblicati e a 11 nuovi, nel primo tentativo sistematico di collegare quasi tutti i genomi disponibili tra il quattordicesimo e il diciottesimo secolo alle epidemie descritte dai cronisti dell’epoca.

Eserciti, profughi e rotte commerciali

Il DNA antico mostra anche quanto pesarono le attività umane. I nuovi genomi rafforzano il legame tra le epidemie e due conflitti in particolare, la Guerra dei Trent’anni (1618-1648) e la Grande Guerra del Nord (all’incirca 1700-1721). Soldati, civili in fuga, profughi e mercanti percorrevano le stesse strade, e il batterio viaggiava con loro.

“Vediamo Yersinia pestis dividersi in nuovi rami durante i periodi di conflitto e diffondersi lungo le rotte percorse dalle truppe e dalle popolazioni sfollate”, ha commentato Christiana L. Scheib. Un esempio concreto è l’assedio di Tallinn del 1710, dove la malattia uccise soldati svedesi e russi insieme ai civili.

La peste oggi non rappresenta più una minaccia sanitaria seria in Europa, ma Yersinia pestis continua a esistere in serbatoi naturali di roditori in diverse parti del mondo. Capire come si insediò dopo la Morte Nera, come resistette per secoli e come alla fine sparì dal continente può aiutare a leggere meglio il comportamento a lungo termine delle malattie infettive e a migliorare la sorveglianza nelle zone dove il batterio circola ancora.

Fonte: TecnoAndroid

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