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Perché la definizione di “cibi ultra-processati” non convince

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Definire con precisione cosa sia un cibo ultra-processato si rivela un esercizio molto più scivoloso di quanto la formula lasci immaginare, e proprio attorno ai cibi ultra-processati si è acceso uno dei dibattiti alimentari più rumorosi degli ultimi tempi. L’espressione circola ovunque, nelle conversazioni tra amici come nei titoli dei giornali, eppure quando si prova a tracciare un confine netto tra ciò che rientra nella categoria e ciò che ne resta fuori la faccenda si ingarbuglia parecchio. Non è un dettaglio da specialisti: è il cuore del problema.

Il punto è che la parola “processato” copre un ventaglio enorme di operazioni. Tagliare, cuocere, fermentare, macinare, confezionare. Tutto, in senso stretto, è una trasformazione. La dicitura ultra-processato dovrebbe indicare qualcosa di più spinto, un livello ulteriore di manipolazione industriale, ma tracciare quella soglia con il righello è complicato. E quando una definizione fatica a reggersi in piedi, tutto ciò che ci si costruisce sopra, consigli, allarmi, titoli, rischia di traballare insieme a lei.

Una categoria che tiene insieme prodotti lontanissimi tra loro

Qui sta il nodo più fastidioso. Sotto la stessa etichetta finiscono alimenti che hanno poco o nulla in comune, per composizione, per uso quotidiano, per il modo in cui vengono consumati. Mettere tutto nello stesso calderone rende il messaggio semplice da comunicare, questo sì, ma anche fragile quando si passa dalla teoria alla spesa del sabato mattina. Un’etichetta che vale per troppe cose finisce per dire poco su ciascuna.

Chi lavora sul tema della nutrizione lo ripete da un po’: il rischio è quello di trasformare una categoria tecnica in una scorciatoia morale, dove un prodotto diventa automaticamente sospetto perché è stato costruito in fabbrica. Il criterio del “quanto è stato lavorato” non coincide necessariamente con il criterio del “quanto fa bene o male”, e confondere i due piani porta fuori strada. Non è una difesa dell’industria alimentare, è una questione di precisione.

Il nuovo spauracchio a tavola

La formulazione più efficace arriva da chi osserva il fenomeno con un certo distacco: sono diventati il nuovo “boogeyman” nutrizionale, lo spauracchio di turno. Un’espressione che fotografa bene il meccanismo, perché la storia dell’alimentazione è piena di categorie promosse a nemico pubblico e poi ridimensionate. I grassi, gli zuccheri, i carboidrati. Ogni volta lo schema si ripete: una singola parola diventa il filtro attraverso cui si giudica qualsiasi cosa finisca nel piatto.

Il problema di questi spauracchi è che rassicurano più di quanto informino. Avere un colpevole unico semplifica, permette di dividere il mondo in buoni e cattivi, e toglie di mezzo la parte scomoda del discorso, quella fatta di quantità, abitudini, contesto, disponibilità economica. La dieta di una persona non si riassume in una singola categoria merceologica, e trattarla così significa perdere di vista quasi tutto il resto.

Forse la domanda va riformulata

L’interrogativo su cosa conti come alimento ultra-processato potrebbe addirittura non essere quello giusto da porsi. Invece di inseguire una classificazione che continua a sfuggire, ha più senso guardare a ciò che un alimento contiene davvero e al ruolo che occupa nell’alimentazione di tutti i giorni. È un approccio meno slogan e più lavoro, certo, difficile da comprimere in un titolo o in un post, però regge meglio alla prova dei fatti.

Fonte: TecnoAndroid

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