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La propaganda russa con ChatGPT è finita di nuovo sotto la lente di OpenAI, che ha chiuso una serie di account usati per sfornare post e commenti a sostegno di un sito dal nome rispettabile e dai contenuti tutt’altro che originali. Al centro dell’operazione c’è l’International Burke Institute, presentato come una comunità di esperti impegnati sui temi della sovranità nazionale, in realtà poco più di un contenitore di articoli accademici copiati o attribuiti a studiosi che non li hanno mai scritti. L’obiettivo dichiarato dagli analisti della società californiana è chiaro: spingere una narrazione favorevole alla Russia, colpendo per contrasto i paesi occidentali.
Gli account, spiega OpenAI, erano stati aperti dalla Russia con l’aiuto di una VPN, dato che ChatGPT nel paese non è disponibile. Da lì è partita la produzione di contenuti quasi tutti in inglese, poi distribuiti su X, Facebook, Telegram, Substack e LinkedIn. Non solo post, anche commenti e risposte agli utenti, quel tipo di attività di contorno che serve a dare l’impressione di un dibattito spontaneo intorno a tesi che invece arrivano tutte dalla stessa regia.
Un sito costruito su articoli copiati
Il meccanismo è più artigianale di quanto il nome altisonante lasci immaginare. Il chatbot non è stato impiegato per scrivere i testi pubblicati sul sito dell’International Burke Institute, da non confondere con l’omonimo e ben più autorevole Burke Institute. L’analisi ha invece rilevato che 34 dei 36 articoli comparsi tra settembre 2025 e maggio 2026 erano copiati da altre fonti. Alcuni portavano la firma di accademici noti, apposta lì per dare una patina di credibilità a materiale di seconda mano.
Il sito, con sede dichiarata in Israele, ospita anche un indice di sovranità, uno di quegli strumenti apparentemente tecnici che finiscono per servire un’unica tesi: la Russia ne esce elogiata, i paesi occidentali screditati. Un classico della comunicazione costruita a tavolino, dove il dato numerico serve da paravento a un giudizio politico già scritto in partenza.
Sulle piattaforme social la distribuzione seguiva due binari. Da un lato profili che esibivano nome e logo dell’IBI, quindi riconoscibili. Dall’altro account che sembravano appartenere a utenti comuni, con ogni probabilità non autentici, incaricati di rilanciare i link agli articoli come se si trattasse di scoperte personali. È qui che ChatGPT ha dato il contributo più consistente, generando i testi brevi e le interazioni necessarie a tenere in piedi la messa in scena.
Molta struttura, pochissimo pubblico
Il paradosso di questa campagna di influenza sta nei numeri. Le visualizzazioni raccolte dai post sono state poche, i profili collegati all’International Burke Institute contano una base di follower molto ridotta. L’unica eccezione riguarda i canali Telegram, che arrivano fino a 20.000 iscritti, cifra rilevante rispetto al resto ma comunque lontana dall’impatto che un’operazione del genere avrebbe voluto ottenere. In sostanza, molto lavoro a monte e un ritorno quasi nullo a valle.
Nonostante questo, la società guidata da Sam Altman non archivia il caso come irrilevante. Dall’inizio della guerra in Ucraina sono state individuate e bloccate diverse operazioni di questo tipo legate a interessi russi, ma quest’ultima viene descritta come più sofisticata delle precedenti: struttura su più livelli, un sito da usare come fonte apparentemente indipendente, profili civetta, presenza contemporanea su cinque piattaforme diverse. Un’architettura pensata per resistere ai controlli superficiali. Il punto che OpenAI mette in evidenza riguarda la direzione generale del fenomeno. Gli strumenti di intelligenza artificiale abbassano il costo della produzione di contenuti falsi, e questo rende più semplice tentare di orientare l’opinione pubblica anche per chi non dispone di grandi risorse. La chiusura degli account rappresenta la risposta immediata, insieme alla pubblicazione dei dettagli tecnici sull’operazione, così da rendere riconoscibili gli schemi utilizzati. Delle fake news generate in serie resta traccia nei report periodici che l’azienda dedica all’uso improprio dei suoi modelli.










