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Dentro OpenAI si sta muovendo molto più di quanto lasci intendere il flusso continuo di annunci sui modelli, perché tra riorganizzazioni interne, addii ai vertici e team smantellati la società guidata da Sam Altman sta ripulendo la propria struttura in vista di una possibile quotazione in Borsa. Dall’inizio dell’anno si contano quasi sei riassetti organizzativi, accompagnati dall’uscita di diversi dirigenti o dal ridimensionamento del loro ruolo. E il clima interno, a quanto pare, ha iniziato a risentirne.
L’ultimo nome della lista è quello di Denise Dresser, chief revenue officer nominata appena a dicembre con il compito di spingere la crescita sul mercato delle aziende. Prima di lei avevano già lasciato Brad Lightcap, per anni COO della società, e Chloé Bakalar, che si occupava di etica. Fidji Simo, considerata fino a poche settimane fa la numero due di Altman, ha abbandonato il ruolo operativo dopo un periodo di congedo medico ed è rimasta a bordo come consulente. Un turnover del genere, concentrato in pochi mesi, difficilmente passa inosservato.
Il team sui rischi dell’AI non esiste più
Il passaggio che fa più discutere riguarda però la sicurezza. A fine luglio OpenAI avrebbe sciolto il team chiamato preparedness, quello incaricato di valutare i pericoli più gravi legati ai modelli e di studiare eventuali contromisure. Le competenze non sono spariste del tutto, sono state ridistribuite tra gruppi diversi, separando ambiti come la sicurezza informatica e i rischi biologici. La versione ufficiale dell’azienda è che questa scelta permetta di integrare in modo più diretto sicurezza e ricerca dentro lo sviluppo dei modelli, senza compartimenti stagni.
Dietro tutto questo ci sarebbe anche una logica industriale piuttosto chiara. Snellire la macchina, tagliare quelle che Altman avrebbe definito internamente “side quests” e concentrare risorse su due fronti, cioè ChatGPT e la battaglia con Anthropic nel segmento enterprise. L’IPO, inizialmente attesa già nel corso del 2026, ora sembra più probabile nel 2027, con una valutazione che potrebbe spingersi fino a circa 920 miliardi di euro.
Ricavi che salgono, dipendenti che incassano
I numeri, intanto, continuano a correre. I ricavi annualizzati di OpenAI sarebbero passati dai circa 22 miliardi di euro registrati a fine 2025 a circa 37 miliardi, con una forte accelerazione dopo il lancio di GPT-5.6. Il problema è il confronto con la concorrenza diretta, perché Anthropic starebbe crescendo a un ritmo ancora superiore, salendo da circa 8 a 43 miliardi di euro di ricavi annualizzati tra la fine dell’anno scorso e maggio. Una forbice che spiega bene perché in casa OpenAI si stia stringendo il focus sul mercato aziendale.
Il rovescio della medaglia è il morale. Il susseguirsi dei riassetti avrebbe lasciato parte del personale stanco e frustrato, con la sensazione di lavorare in un’azienda che cambia forma ogni pochi mesi. Nel frattempo la società ha completato un’operazione da quasi 6,5 miliardi di euro per riacquistare azioni dai dipendenti, sulla base di una valutazione intorno ai 785 miliardi di euro. Diversi lavoratori ne hanno approfittato per monetizzare le proprie quote, in alcuni casi portando a casa oltre 9 milioni di euro a testa.
È una fotografia che racconta due movimenti paralleli. Da un lato una crescita commerciale robusta, alimentata dai nuovi modelli e dalla spinta sul mondo business, dall’altro una struttura interna che viene continuamente rimodellata per arrivare pronta al momento in cui le azioni finiranno sul mercato. Con il team dedicato ai rischi più estremi che, in questa nuova geografia aziendale, non ha più un’identità autonoma ma vive spalmato tra reparti diversi.










