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l via libera definitivo del Senato alla legge delega sull’energia nucleare sostenibile chiude un percorso parlamentare iniziato mesi fa e apre, almeno sulla carta, la strada al ritorno dell’atomo in Italia. Il testo è passato con poche modifiche rispetto alla versione arrivata a Palazzo Madama, segno che la maggioranza ha preferito non riaprire partite già chiuse. Ora la palla passa al governo, che dovrà trasformare i principi generali in norme vere e proprie.
Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto ha parlato di primi reattori operativi tra il 2033 e il 2034. Una tempistica che, guardando allo stato dell’arte della tecnologia, appare difficile da rispettare. Non esistono infatti centrali commerciali di nuova generazione funzionanti in nessun paese del mondo, e questo rende l’orizzonte indicato più una dichiarazione di intenti che una scadenza concreta.
Cosa significa davvero una legge delega
Chi non mastica meccanismi parlamentari rischia di equivocare la portata del provvedimento. Una legge delega non costruisce nulla e non autorizza direttamente la costruzione di impianti. Stabilisce i criteri e i principi a cui l’esecutivo dovrà attenersi quando scriverà i decreti legislativi attuativi, cioè i testi che conterranno le regole operative. È un passaggio necessario ma preliminare, il primo di una catena piuttosto lunga.
Il che significa che tra l’approvazione appena arrivata e il momento in cui un cantiere potrà davvero partire ci sono ancora parecchi passaggi intermedi. Servono i decreti, servono gli enti di controllo, servono le procedure autorizzative e soprattutto serve una tecnologia matura e disponibile sul mercato. Il nucleare sostenibile di cui parla il testo guarda infatti ai reattori di nuova concezione, quelli su cui si concentrano oggi gli investimenti internazionali in ricerca.
Il nodo delle tempistiche e della tecnologia
Il punto più delicato resta proprio questo. Le previsioni sul 2033 e 2034 partono dal presupposto che entro pochi anni saranno disponibili impianti commerciali pronti all’uso, ma al momento si tratta di progetti in fase di sviluppo o di prototipi. Nessun operatore, in nessun paese, sta vendendo oggi reattori di nuova generazione già collaudati e pronti per essere installati su scala industriale. C’è poi il tema, non secondario, dei tempi di costruzione. Anche ipotizzando che la tecnologia arrivi puntuale, realizzare un impianto nucleare richiede anni di lavori, oltre alle fasi di autorizzazione, alla scelta dei siti e alla gestione del consenso sul territorio. Sono passaggi che in Italia hanno storicamente tempi lunghi, e non c’è motivo di pensare che in questo caso vadano più veloci.
La legge appena approvata, insomma, definisce una cornice. Dentro quella cornice il governo dovrà muoversi nei prossimi mesi scrivendo le norme di dettaglio, dalle regole sulla sicurezza alla gestione dei rifiuti, passando per gli aspetti economici e finanziari di un investimento che, per sua natura, richiede capitali enormi e orizzonti temporali molto lunghi. Il ritorno dell’atomo in Italia resta quindi una prospettiva che si misura in decenni più che in anni, indipendentemente dalle date indicate nelle dichiarazioni politiche. Il quadro normativo, dopo il voto del Senato, esiste. Tutto il resto, dalla tecnologia ai finanziamenti fino alla scelta di dove costruire, è ancora da definire.
Il provvedimento sull’energia nucleare rappresenta comunque un cambio di passo rispetto agli ultimi decenni, durante i quali il tema era rimasto fuori dall’agenda legislativa italiana. Con l’approvazione definitiva, il dossier torna formalmente nelle mani dell’esecutivo, che dovrà ora dimostrare di saper tradurre i principi in atti concreti rispettando i tempi della delega ricevuta dal Parlamento.
Fonte: TecnoAndroid








