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Nebulosa Tarantola, l’immagine NASA che unisce tre telescopi

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Guardare la Nebulosa Tarantola con un solo telescopio, in fondo, è un po’ come ascoltare un’orchestra tappandosi un orecchio. Il risultato arriva comunque, ma manca qualcosa. È da questa idea che nasce la nuova immagine diffusa dalla NASA, costruita mettendo insieme i dati di tre osservatori diversi puntati sulla stessa regione di cielo, a circa 160.000 anni luce dalla Terra. Il nome tecnico è 30 Doradus, ma praticamente tutti la conoscono con il soprannome che le è rimasto appiccicato per via della forma delle sue filamentose braccia di gas.

Si tratta di una delle zone di formazione stellare più grandi e luminose delle nostre vicinanze cosmiche, una vera fabbrica naturale di stelle che continua a sfornare nuovi astri. Il problema, se così si può chiamare, è che la luce visibile racconta solo una fetta della storia. Tutto il resto sta nascosto in porzioni dello spettro elettromagnetico che l’occhio umano non percepisce, e servono strumenti costruiti apposta per andarle a cercare.

Tre telescopi, tre modi diversi di guardare la stessa cosa

Per comporre questa specie di ritratto collettivo sono stati combinati i dati raccolti dall’osservatorio a raggi X Chandra, dal James Webb Space Telescope e da Hubble. Il risultato non è semplicemente una fotografia più colorata del solito, come potrebbe sembrare a colpo d’occhio. È piuttosto una radiografia a più strati, dove ogni livello aggiunge un’informazione che gli altri, da soli, non sarebbero in grado di fornire.

Ogni strumento, del resto, è tarato per vedere qualcosa di specifico. Webb lavora nell’infrarosso e questa è la sua arma migliore, perché quella lunghezza d’onda riesce a passare attraverso le nubi di polvere che altrimenti farebbero da tenda opaca. Sotto quella coltre compaiono migliaia di giovani stelle e grandi quantità di materiale freddo, la materia prima da cui in futuro potranno nascere nuovi sistemi stellari e nuovi pianeti. Roba che in luce visibile, semplicemente, resterebbe invisibile.

Perché immagini così cambiano il modo di studiare il cosmo

L’approccio multibanda, cioè l’idea di sovrapporre osservazioni fatte in porzioni diverse dello spettro, è diventato uno degli strumenti più efficaci a disposizione degli astronomi. Non è una questione estetica, anche se il colpo d’occhio finale ha il suo peso nel raccontare la scienza a chi non la mastica ogni giorno. È che ciascun telescopio, preso singolarmente, offre una versione parziale della stessa scena.

Chandra intercetta i raggi X, quindi i fenomeni più energetici e violenti che avvengono dentro la nebulosa. Hubble contribuisce con la sua lettura più tradizionale, quella vicina a ciò che percepirebbe un occhio umano. Webb scende in profondità dove la polvere blocca tutto il resto. Messi insieme, i tre punti di vista restituiscono una Nebulosa Tarantola molto più completa di qualunque scatto singolo.

Il fascino di 30 Doradus, va detto, non è solo nelle dimensioni. Regioni come questa funzionano come laboratori naturali, luoghi dove i processi che portano alla nascita delle stelle avvengono su una scala talmente grande da poter essere studiati anche a distanze enormi. E 160.000 anni luce, per quanto sembrino tanti, in termini astronomici significano avere la nebulosa praticamente dietro l’angolo.

La versione integrale dell’immagine mostra proprio questa stratificazione, con le diverse componenti che si intrecciano tra filamenti di gas, cavità scavate dalla radiazione e ammassi di stelle giovani. Un ritratto costruito a più mani, o meglio, a più telescopi.

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