Vai al contenuto
Offerte

Navier-Stokes, l’IA risolve il problema da 900mila euro

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Un problema matematico rimasto aperto per oltre due secoli, le equazioni Navier-Stokes, sarebbe stato risolto con un contributo decisivo dell’intelligenza artificiale, e la notizia ha già acceso una lite pesantissima tra un matematico e OpenAI. Il nodo non riguarda soltanto la validità del risultato, che deve ancora superare le verifiche formali, ma soprattutto chi possa intestarsi il merito di una scoperta potenzialmente enorme.

Un passo indietro, perché la faccenda merita di essere spiegata senza dare nulla per scontato. Il Clay Mathematics Institute ha inserito questo rompicapo tra i cosiddetti Millennium Prize, i problemi considerati più ostici in assoluto, con un riconoscimento da circa 900mila euro per chi arriva a una soluzione verificata. Tutto nasce a metà del Settecento, quando Leonard Euler, l’Eulero dei libri di scuola, mette a punto la prima equazione capace di descrivere il movimento di un fluido in condizioni ideali, quindi senza viscosità né resistenze. Nel 1822 l’ingegnere francese Claude-Louis Navier aggiunge proprio la viscosità, e la questione si complica parecchio: due flussi d’acqua spinti da accelerazioni diverse si comportano allo stesso modo se incontrano asperità differenti? E gli strati interni del miele scorrono tutti alla stessa velocità? Il matematico inglese Gabriel-George Stokes sistematizza poi il lavoro, ma la versione in tre dimensioni del problema, quella che riguarda lo spazio reale, resta senza dimostrazione da più di 250 anni.

Il blow up e l’accelerazione di agosto

Tristan Buckmeister, matematico della New York University, e Levent Alpöge, matematico e membro dello staff tecnico di Anthropic, la casa madre di Claude, hanno annunciato un risultato che porterebbe alla soluzione delle equazioni Navier-Stokes. La collaborazione, avviata a titolo personale e slegata dagli incarichi presso i rispettivi datori di lavoro, era proceduta a fatica per un anno intero, salvo poi decollare in una settimana, tra il 15 e il 22 agosto. Il cuore del lavoro è la dimostrazione di un blow up, una rottura improvvisa nel comportamento di un fluido sottoposto a una forza continua e regolare, quindi a una spinta per nulla brusca, all’interno di un intervallo di tempo ben delimitato. Detta in modo semplice: applicando una forza costante all’acqua, il gorgo che si genera può accelerare fino all’infinito, e quella esplosione può essere misurata matematicamente fino al punto esatto di rottura. Oltre quel punto non esiste calcolo che la possa descrivere.

Il motivo dello scatto improvviso, ammesso dallo stesso Buckmeister, è l’uso dei modelli di intelligenza artificiale. I due hanno lavorato sia con Claude di Anthropic sia con vari sistemi di OpenAI, tra cui Codex, GPT-5.6 Sol e Astra, quest’ultimo presentato come il più potente e il più vicino all’AGI, l’intelligenza artificiale capace di operare senza supervisione umana.

Lo scontro con OpenAI e le pressioni denunciate

Mentre la dimostrazione attende la verifica completa secondo il rigido protocollo Lean, è scoppiata la battaglia sul merito. Secondo Buckmeister, OpenAI avrebbe iniziato a raccontare che un proprio modello era arrivato da solo a provare il blow up, in poco tempo e con un documento finale da 100 pagine, descrivendo le sue macchine come sostanzialmente autonome dopo un semplice input iniziale.

La versione del matematico è diversa. L’azienda avrebbe parlato di un aiuto umano minimo, salvo poi risultare che un intero team era stato dedicato per un anno a valutare i dati caricati dai due ricercatori, in particolare su Codex, senza mai chiarire se quei materiali privati venissero usati per addestrare i modelli. Buckmeister denuncia inoltre pressioni per togliere Levent Alpöge dai risultati della ricerca, in quanto dipendente della rivale Anthropic, richiesta definita irritante. Alla minaccia di rendere pubblica la vicenda sarebbero arrivate risposte del tipo: «Vuoi rovinarti la carriera?». Durissimo il confronto telefonico con Sebastien Bubeck, informatico franco americano che lavora per OpenAI, secondo cui l’apporto umano sarebbe stato minimo. Insistendo sulla rimozione di Alpöge, avrebbe detto: «Se non vuoi che sia gentile, allora vuol dire che non devo esserlo». Nelle riflessioni di Buckmeister torna il 1997, quando Deep Blue batté a scacchi Garry Kasparov. La corsa a intestarsi la soluzione lo ha spinto a pubblicare una documentazione del proprio lavoro che lui stesso definisce grossolana e incompleta, incalzato dalla concorrenza dei modelli di OpenAI.

Condividi:
160 Condivisioni