I microplastici hanno fatto la loro comparsa in campioni di sedimenti che risalgono al Settecento, cioè a più di un secolo prima che il primo plastica sintetica esistesse davvero. Suona come un paradosso, eppure è quello che ha rilevato uno studio pubblicato nel 2024 e tornato a circolare con forza sui social. La conclusione sembra impossibile, perché il primo materiale plastico artificiale è arrivato soltanto nel 1907, circa 174 anni dopo l’epoca a cui appartengono quei sedimenti. Come ha fatto ad arrivare lì?
La ricerca, apparsa su Science Advances, ha individuato tracce di plastica in strati di sedimento prelevati dal fondo di tre laghi della Lettonia. Strati datati a decenni e secoli precedenti alla produzione industriale di molti di quei materiali. Prima di accettare un risultato tanto strano, il gruppo di lavoro ha applicato una serie di controlli per escludere che la contaminazione fosse avvenuta durante il prelievo o la lavorazione dei campioni. In più ha datato i sedimenti con diversi metodi indipendenti, così da avere una cronologia il più solida possibile.
Alla fine i dati hanno confermato una cosa scomoda. La plastica c’era davvero, in un terreno che dal punto di vista temporale non avrebbe dovuto contenerne. La spiegazione, però, non chiama in causa nessun viaggio nel tempo. È un fenomeno più semplice e insieme più inquietante. I microplastici, prodotti dalle attività umane, possono migrare lentamente verso gli strati più profondi del sedimento, scivolando giù e mescolandosi a livelli che appartengono a epoche molto più antiche.
Perché conta che i microplastici si spostino
I geologi riescono a ricostruire pezzi della storia del pianeta perché i sedimenti funzionano come un archivio naturale. Ogni strato conserva informazioni sull’ambiente che esisteva nel momento in cui si è depositato, e questo permette di costruire una cronologia della Terra. L’esempio più celebre è il sottile strato ricco di iridio che ha aiutato a dimostrare come un asteroide colpì il pianeta 66 milioni di anni fa, scatenando l’estinzione dei dinosauri.
Quando lo studio è uscito, uno dei grandi dibattiti in geologia riguardava proprio i microplastici. La domanda era se potessero servire da marcatore per definire l’inizio dell’Antropocene, il periodo proposto per descrivere l’impatto profondo delle attività umane sul pianeta. L’idea era intuitiva. La plastica non esiste in natura, è molto resistente, quindi la sua presenza potrebbe segnalare in modo netto il passaggio dell’uomo.
Gli autori volevano verificare se i microplastici potessero diventare una specie di timbro cronologico. Se fossero comparsi in strati databili al Novecento, avrebbero aiutato a fissare l’avvio di questa fase. Il lavoro ha trovato l’esatto contrario. I microplastici non sono affidabili per datare la propria produzione. Se tra mille anni un ricercatore provasse a stabilire l’inizio dell’era della plastica basandosi solo sulla prima comparsa di queste particelle in quei sedimenti, arriverebbe a una conclusione sbagliata. Penserebbe che la plastica esisteva quasi 200 anni prima di essere inventata.
Il no formale all’Antropocene
Poche settimane dopo la pubblicazione, l’Unione Internazionale delle Scienze Geologiche, la IUGS, ha respinto in modo formale la proposta di riconoscere l’Antropocene come una nuova epoca geologica. La decisione non ha voluto dire che gli scienziati negassero l’enorme impatto dell’umanità sul pianeta. Il punto era diverso. Le prove sono state giudicate insufficienti per fissare un limite stratigrafico ufficiale, e la plastica rientrava tra queste. Il microplastico potrebbe continuare a spuntare in terreni appartenenti a secoli passati. È un dettaglio che le future ricerche sulla presenza umana sul pianeta dovranno mettere in conto.