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I cappellini da baseball con la scritta “a/c priv.” ordinati da un gruppo di dipendenti Meta sono finiti al centro delle cause che accusano l’azienda di aver danneggiato la salute mentale e la sicurezza degli adolescenti. Quella sigla sta per attorney/client privilege, cioè il privilegio avvocato cliente, lo scudo legale che permette di tenere fuori dagli atti pubblici le comunicazioni riservate fra un’azienda e i suoi legali. Secondo gli avvocati che stanno facendo causa al gruppo, quel gadget non è una semplice goliardata interna, ma il simbolo di un’abitudine consolidata.
Il documento che rivela l’ordine dei cappellini è stato desecretato di recente e riguarda il team che nel 2024 ha lanciato i Teen Accounts di Instagram, gli account con impostazioni protette pensati per i minori. Internamente l’iniziativa era conosciuta come Project Nido. Fra le varie cose prodotte per il gruppo di lavoro, appunto, anche il berretto con la sigla del privilegio legale stampata sopra.
Meta e la “cultura dell’abuso del privilegio”, secondo l’accusa
I legali che rappresentano chi ha citato in giudizio l’azienda parlano apertamente di una “cultura dell’abuso del privilegio” dentro Meta, costruita per tenere lontano dagli occhi del pubblico le ricerche condotte internamente sui danni provocati ai più giovani. Non è un tema nuovo: la questione era già esplosa nel 2021, quando erano trapelati dati interni sugli effetti di Instagram sugli adolescenti, e Mark Zuckerberg ne aveva parlato pubblicamente.
Il punto sollevato dall’accusa è tecnico ma piuttosto semplice da capire. Il privilegio avvocato cliente serve a proteggere i pareri legali, non qualsiasi conversazione in cui compaia un avvocato nella lista dei destinatari. Applicarlo in modo troppo largo significa, di fatto, sottrarre al processo documenti che con la consulenza legale hanno poco a che spartire. E qui la magistratura si è già espressa.
La giudice federale Yvonne Gonzalez Rogers, in un’ordinanza del mese scorso, ha definito “del tutto inappropriate” alcune delle omissioni giustificate dall’azienda con il privilegio legale. Ha portato anche un esempio concreto: i legali di Meta avevano provato a presentare come consulenza legale una discussione su una presentazione e sull’opportunità di pubblicare o meno certi dati. Dalle testimonianze emerse durante il processo, però, la giudice ha ricavato un’impressione diversa. Quella prudenza sembrava soprattutto una scelta di natura aziendale, orientata a evitare fughe di notizie, non un parere tecnico di avvocati.
Migliaia di documenti e una revisione ancora da fare
Il nodo dei documenti riservati non si esaurisce con i cappellini. Nell’aprile del 2025, a fase istruttoria conclusa, Meta ha tolto la classificazione a circa 65.000 documenti che fino a quel momento erano stati trattenuti o pubblicati con ampie parti oscurate. Per i ricorrenti quella mossa è arrivata troppo tardi, perché a quel punto non era più possibile usarli durante le deposizioni dei testimoni.
Adesso l’azienda ha chiesto tempo fino alla fine di quest’anno per riesaminare le altre omissioni motivate con il privilegio legale. Gli avvocati della controparte propongono invece una strada diversa: affidare la revisione a una figura terza e indipendente, con i costi a carico della società. Una richiesta che nasce proprio dalla diffidenza verso un controllo affidato a chi quelle etichette le ha apposte.
Le cause in corso ruotano attorno alle presunte conseguenze delle piattaforme sulla sicurezza e sull’equilibrio psicologico dei minori, e il materiale interno prodotto dai ricercatori dell’azienda rappresenta uno dei pilastri dell’accusa. Ogni documento che resta coperto, o che viene reso disponibile fuori tempo massimo, pesa sull’equilibrio del processo. Il berretto con la sigla stampata, in questo quadro, è diventato la prova plastica di un atteggiamento che i legali dei ricorrenti descrivono come sistematico.
Fonte: TecnoAndroid








