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Mac mini made in USA: Apple avvia la produzione in Texas

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La produzione del Mac mini made in USA sta passando dalla fase degli annunci a quella dei capannoni veri, con linee di assemblaggio che secondo i piani dovrebbero entrare in funzione entro la fine dell’anno. Le dichiarazioni di febbraio, quelle in cui Apple aveva messo nero su bianco la volontà di spostare una parte della manifattura sul suolo americano, cominciano ad avere un riscontro concreto, e il segnale più evidente arriva da Houston.

Tim Cook, infatti, ha visitato la settimana scorsa lo stabilimento Foxconn della città texana, accompagnato dal Segretario al Commercio Howard Lutnick. Una delle ultime uscite pubbliche di peso per il dirigente, che a settembre lascerà la guida di Apple a John Ternus. Il tempismo racconta molto: il capitolo americano della manifattura Apple viene aperto proprio da chi sta preparando le valigie, e il testimone passerà al successore con le fabbriche già avviate o quasi.

Cosa cambia davvero con il Mac mini prodotto in Texas

Il punto interessante è che Cupertino non sta costruendo fabbriche proprie. Nessun investimento diretto in cemento e macchinari, nessuna catena di montaggio con il logo della mela sopra l’ingresso. Il meccanismo è diverso e ruota tutto attorno al potere d’acquisto: Foxconn mette i soldi per allestire le linee produttive, Apple garantisce il volume degli ordini. Un accordo che, tradotto in pratica, permette all’azienda di decidere dove i dispositivi vengono assemblati e dove i componenti vengono comprati, senza però immobilizzare capitali in impianti che poi bisognerebbe gestire.

È un modo elegante per ridurre la dipendenza dai produttori esterni pur continuando a servirsene. Il Mac mini diventa così il primo prodotto a testare questo schema nella sua versione texana, e la scelta ha una sua logica industriale: si tratta di una macchina compatta, con un volume di produzione gestibile e un processo di assemblaggio meno complesso rispetto ad altri prodotti della gamma.

Il precedente del Mac Pro e la pressione politica

C’è un dettaglio che rende la storia più sfaccettata di quanto sembri. Mentre a Houston si prepara la produzione del Mac mini, Apple ha interrotto quella del Mac Pro negli Stati Uniti. Quei computer venivano assemblati da Flextronics in Texas, nello stesso impianto che nel 2019 fu visitato da Donald Trump insieme a Tim Cook, in una di quelle giornate fatte di strette di mano davanti alle telecamere. Sette anni dopo, la fotografia si ripete con protagonisti in parte diversi, ma il sottotesto è simile.

Perché la spinta verso la manifattura americana non nasce da un’improvvisa vocazione patriottica dell’azienda. La nuova strategia americana di Apple è arrivata dopo richieste insistenti da parte dell’amministrazione Trump, che sul rimpatrio delle produzioni tecnologiche ha costruito una parte consistente del proprio messaggio politico. La presenza di Lutnick alla visita di Houston non è un dettaglio di cortesia istituzionale, è la conferma che il dossier viene seguito con attenzione ai piani alti di Washington.

Il risultato, per ora, è un travaso più che un’espansione: un prodotto esce dalla produzione americana, un altro ci entra. Resta il fatto che il modello scelto, con Foxconn che finanzia e Apple che ordina, potrebbe essere replicato su altri dispositivi se i conti torneranno. E i conti, in questo tipo di operazioni, dipendono da quanto costa assemblare negli Stati Uniti rispetto all’Asia, variabile che nessuno dei due partner ha voglia di discutere pubblicamente.

Il calendario, comunque, è fissato: le prime unità di Mac mini assemblate a Houston sono attese entro la fine dell’anno, con John Ternus già alla guida dell’azienda.

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