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Un’arma a microonde capace di spegnere quasi cinquanta droni in un colpo solo non è più materiale da presentazione teorica, perché il sistema Leonidas sviluppato da Epirus ha appena messo insieme numeri concreti durante una dimostrazione a Camp Atterbury, in Indiana. Sessantuno velivoli senza pilota impiegati in cinque scenari differenti, tutti neutralizzati. E nel test più significativo dell’intera sessione ne sono stati messi fuori uso 49 con un singolo impulso. Il punto, per capire perché una notizia del genere pesa più di quanto sembri, sta nella matematica scomoda che i droni hanno imposto alle difese moderne. Costano relativamente poco, si possono comprare o costruire in quantità industriali, e chi deve intercettarli si ritrova spesso a bruciare missili che valgono ordini di grandezza in più rispetto al bersaglio. Uno scambio che sulla carta non regge, e che sul campo diventa insostenibile piuttosto in fretta.
Perché lo sciame cambia le regole del gioco
Quando i velivoli arrivano isolati, il problema resta gestibile. Quando invece si presentano come sciame, la faccenda si complica parecchio, perché abbatterli uno alla volta rischia semplicemente di non essere abbastanza rapido. Mentre il sistema difensivo elabora, aggancia e colpisce il primo bersaglio, gli altri continuano ad avanzare. E i danni potenziali, in quel tipo di scenario, diventano ingenti.
È esattamente questo il vuoto che le armi a microonde ad alta potenza provano a riempire. L’approccio è diverso alla radice, perché non c’è nessun proiettile da guidare né alcun inseguimento fisico del singolo obiettivo. L’energia elettromagnetica viene indirizzata verso un’area e investe più velivoli contemporaneamente, andando a interferire direttamente con la loro elettronica. Non serve centrare nulla nel senso tradizionale del termine, serve solo che il bersaglio si trovi dentro il fascio. Da qui deriva il dato più interessante del test americano, quello dei 49 droni fermati con una singola emissione. Non 49 azioni separate ripetute in sequenza rapida, ma un unico impulso. Una differenza che sembra tecnica e invece racconta tutto sul cambio di logica rispetto ai sistemi convenzionali.
Cosa dicono i numeri del test su Leonidas
I cinque scenari messi in scena a Camp Atterbury hanno coinvolto complessivamente 61 velivoli, e il bilancio finale parla di neutralizzazione totale. Nessuna eccezione, almeno stando ai risultati comunicati. Per un sistema di questo tipo il tasso di successo conta quanto e forse più della potenza pura, perché in una difesa a strati basta poco per lasciare passare qualcosa. Epirus lavora da tempo su questa categoria di tecnologie, e Leonidas rappresenta la sua piattaforma di punta nel campo delle microonde ad alta potenza. Il vantaggio economico è evidente e vale la pena sottolinearlo, dato che un impulso elettromagnetico non ha nulla a che vedere con il costo di un missile intercettore. Il rapporto tra spesa difensiva e spesa offensiva, che finora giocava tutto a favore di chi manda i droni, con un sistema del genere si ribalta.
Restano naturalmente i limiti fisiologici di questo tipo di arma, legati alla portata e alla necessità che i bersagli si trovino nel cono di emissione. Non è uno strumento pensato per sostituire tutto il resto, quanto piuttosto per coprire quella fascia specifica di minacce che oggi mette in crisi le difese tradizionali: tanti oggetti, piccoli, economici, che arrivano insieme. La difesa anti drone si sta muovendo proprio in questa direzione, con sistemi progettati per gestire volumi anziché singoli obiettivi. E i 49 velivoli fermati insieme in Indiana sono, al momento, il riferimento concreto da cui partire per capire dove si è arrivati.










