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Materiali spaziali: la NATO tra ricerca, economia e difesa
Il primo passo è ForgeStar-1, prototipo che partirà entro il 2025 grazie a un lancio SpaceX dagli Stati Uniti. Lungo quanto un forno da cucina, sarà il banco di prova per testare il processo produttivo. Una volta conclusa la missione, il satellite verrà distrutto al rientro. I sensori a bordo, però, registreranno dati fondamentali per perfezionare i futuri modelli. ForgeStar-1 non porterà a casa nulla, ma fornirà le basi per il vero salto tecnologico.
ForgeStar-2 invece cambierà radicalmente il concetto di produzione in orbita. A differenza del suo predecessore, sarà riutilizzabile. Grazie allo scudo termico “Pridwen” infatti, i materiali fabbricati potranno rientrare sulla Terra senza subire danni. Secondo il CEO Joshua Western, i cristalli generati nello spazio avranno una qualità inarrivabile, aprendo nuove frontiere per chip, leghe e composti farmaceutici.
I vantaggi non si limitano però solo all’ambito tecnico. Un solo chilogrammo di questi “semi cristallini” potrebbe arrivare a valere 60 milioni di dollari. In più, i materiali prodotti nello spazio consentiranno di costruire dispositivi a basso consumo energetico. L’efficienza di questi semiconduttori potrebbe ridurre le emissioni mondiali, compensando l’impatto ambientale dei lanci. L’interesse della NATO non è casuale. In quanto il progetto rafforza l’autonomia tecnologica europea e apre nuovi contesti per l’impiego dei materiali in ambito militare. L’iniziativa di Space Forge segna così un nuovo capitolo per l’industria aerospaziale europea. L’orbita terrestre non è più solo una meta scientifica, ma un luogo dove si costruisce il futuro dell’intero continente.










