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La stagione di pesca del krill antartico si è chiusa con largo anticipo anche quest’anno, con la quota raggiunta mesi prima del previsto per la seconda volta consecutiva, e il dato ha subito acceso i timori di chi studia gli equilibri dell’oceano più freddo del pianeta. Non è un dettaglio tecnico da addetti ai lavori, perché quando il limite di cattura viene esaurito così in fretta significa che le flotte stanno concentrando uno sforzo enorme in una finestra temporale ristretta, e in un’area di mare relativamente limitata. Il punto lo riassume bene chi lavora su questi ecosistemi: “Questo è allarmante perché il krill antartico è una specie chiave e la base della rete alimentare antartica”. Detta così sembra una frase di circostanza, ma dietro c’è un meccanismo piuttosto semplice da capire. Se si toglie il pilastro, tutto quello che sta sopra traballa.
Perché il krill regge l’intera catena alimentare
La definizione di specie chiave non viene usata a caso. Significa che il krill non è un anello qualsiasi della catena, ma quello su cui poggia gran parte del sistema. Sopra di lui si costruisce la rete alimentare antartica, ed è per questo che una pressione eccessiva su questa risorsa non resta confinata a un solo gruppo di animali. Gli effetti, semmai, si distribuiscono verso l’alto, coinvolgendo predatori che dipendono dal krill per nutrirsi.
Il problema della pesca intensiva non riguarda soltanto la quantità totale prelevata, ma anche il modo in cui viene prelevata. Concentrare le catture in poco tempo cambia le condizioni locali per gli animali che si alimentano nelle stesse acque, e lo fa proprio nei periodi in cui quelle risorse servono di più. È una differenza che sfugge a chi guarda solo il numero finale della quota, eppure è quella che gli scienziati considerano più delicata.
Due anni di seguito non sono una coincidenza
Il fatto che la quota sia stata riempita in anticipo per il secondo anno consecutivo è ciò che rende il segnale diverso da un episodio isolato. Una stagione anomala può capitare, due di fila raccontano invece una tendenza, e cioè che la capacità di cattura delle flotte è cresciuta al punto da comprimere sempre di più i tempi della campagna di pesca. Il limite fissato viene rispettato sulla carta, ma il ritmo con cui ci si arriva è tutt’altra cosa rispetto a una raccolta distribuita nell’arco della stagione.
Da qui nascono i timori per gli ecosistemi antartici, considerati tra i più sensibili e meno resilienti del pianeta. Sono ambienti in cui le variazioni si propagano rapidamente, perché il numero di specie coinvolte è ridotto e le alternative alimentari, per molti predatori, sono poche o inesistenti. Quando la base della piramide viene intaccata, non esiste un piano di riserva.
Il nodo della gestione delle catture
Il dibattito che si è riaperto riguarda proprio la gestione della pesca del krill e la sua sostenibilità nel medio periodo. Il tema non è soltanto quanto si pesca, ma dove e quando, perché una distribuzione più equilibrata nello spazio e nel tempo ridurrebbe la sovrapposizione con le aree di alimentazione degli animali che dipendono da questa risorsa. La chiusura anticipata della stagione, in questo senso, funziona come un indicatore. Racconta di una domanda crescente e di una pressione che si concentra, e lo fa su una specie che regge da sola la struttura alimentare dell’Antartide.










