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Chiedersi chi controlla Internet sembra una domanda astratta, e invece la risposta passa da cose molto concrete: cavi, router, stazioni di approdo, capannoni pieni di server che divorano energia. Basta digitare una domanda sul telefono e attendere qualche secondo la risposta di un sistema di intelligenza artificiale per mettere in moto una catena fisica che attraversa città, Paesi e continenti. Wi Fi e reti mobili, dorsali in fibra, cavi sottomarini, infine i data center dove i chip elaborano. Secondo le stime dell’International Telecommunication Union, l’agenzia delle Nazioni Unite che si occupa di tecnologie digitali e telecomunicazioni, nel 2025 il traffico Internet fisso e mobile ha toccato in media 24 exabyte al giorno, l’equivalente della capacità di archiviazione di quasi 94 milioni di smartphone da 256 gigabyte.
Il paradosso dell’economia digitale sta proprio qui. Più attività, comunicazioni e modelli di intelligenza artificiale vengono affidati a servizi apparentemente immateriali, più diventano decisive le infrastrutture che li rendono possibili. Ecco perché la partita tra Stati Uniti, Cina, Europa e potenze emergenti non riguarda solo il modello più potente o il chip più avanzato, ma il controllo dei nodi che collegano utenti, dati ed energia.
Il 99% del traffico internazionale corre sotto il mare
Quasi nulla del traffico intercontinentale viaggia nello spazio. Passa sotto il mare, lungo una rete di cavi sottomarini in fibra ottica che ha superato 1,7 milioni di chilometri e che, secondo l’ITU, è cresciuta di oltre il 70% nell’ultimo decennio. La Submarine Cable Map 2026 di TeleGeography censisce 694 sistemi e 1.893 stazioni di approdo, contando sia i cavi in servizio sia quelli pianificati o in costruzione. Attraverso quelle fibre transita oltre il 99% del traffico internazionale di dati, dalle transazioni finanziarie al cloud fino alle applicazioni di AI.
La vulnerabilità, quindi, pesa. Non tanto per evitare ogni guasto, impresa impossibile, quanto per garantire rotte alternative con capacità sufficiente, soprattutto nei corridoi dove troppi collegamenti si concentrano negli stessi tratti di mare. Nel rapporto di luglio 2026 l’ITU indica diversificazione delle rotte, più ridondanza e riparazioni più rapide come misure chiave.
Il Mar Rosso è l’esempio da manuale: oltre il 90% della capacità tra Europa e Asia passa da lì, attraverso l’Egitto. Nel 2024 tre grandi sistemi furono danneggiati al largo dello Yemen e gli operatori dovettero reindirizzare parte del traffico. Le ricostruzioni successive hanno indicato come causa più probabile l’ancora della Rubymar, la nave colpita dagli Houthi e poi affondata, non un attacco diretto alle fibre. Nel Baltico, dopo una serie di incidenti su cavi di telecomunicazione e collegamenti elettrici, nel gennaio 2025 la NATO ha avviato Baltic Sentry per rafforzare la sorveglianza. Detto questo, la geopolitica non spiega tutto: l’ITU stima circa 200 guasti l’anno nel mondo e oltre l’80% è legato a pesca e ancoraggio delle navi.
Dai consorzi telefonici alle Big Tech
Per decenni i cavi internazionali li costruivano consorzi di operatori telefonici, che si dividevano costi e capacità. Poi il modello è cambiato. Google, Meta, Amazon e Microsoft hanno smesso di essere semplici clienti: prima grandi acquirenti di capacità, poi finanziatori diretti. Uno studio pubblicato nel 2025 sulla rivista Information Economics and Policy fotografa lo spostamento: nel 2005 le grandi piattaforme e i fornitori cloud usavano appena il 5% della banda internazionale, nel 2021 erano al 69%, nel 2025 attorno al 75%. TeleGeography contava 20 sistemi con investimenti dichiarati di queste aziende nel 2017, oggi ne conta oltre 60. Waterworth di Meta è destinato a superare i 50 mila chilometri su cinque continenti.
In mare aperto la posa è tutelata dal diritto internazionale, ma vicino alle coste servono autorizzazioni nazionali, permessi ambientali e controlli di sicurezza. È lì che gli Stati incidono. Il caso più citato è il Pacific Light Cable Network, transpacifico, partecipato anche da Google e Meta: nel 2020 Washington bloccò il collegamento diretto con Hong Kong per sicurezza nazionale, mentre le tratte verso Taiwan e Filippine furono poi autorizzate con accordi specifici. Nel 2025 la Federal Communications Commission ha irrigidito i criteri per le licenze di approdo negli Stati Uniti quando sono coinvolti soggetti riconducibili a Paesi classificati come avversari stranieri.
La sovranità digitale secondo Alec Ross e la corsa al 6G
Possedere pezzi di rete non equivale a essere sovrani. Alec Ross, esperto di economia digitale e già consigliere per l’Innovazione dell’amministrazione Obama, è tagliente: “Il concetto di sovranità digitale è radicato nell’incoerenza intellettuale e nell’analfabetismo tecnologico. Gli Stati Uniti non hanno sovranità digitale. La Cina non ha sovranità digitale”. Gli Stati Uniti, spiega, dipendono dalla Cina per terre rare, talento, robotica, IoT e componenti elettronici, mentre la Cina dipende dagli Stati Uniti per proprietà intellettuale, capacità di calcolo avanzata, chip sofisticati, framework di AI e sistemi operativi cloud e mobile. E aggiunge che più della metà dei veri padri e madri dei modelli fondazionali sono europei che lavorano negli Stati Uniti. L’obiettivo sensato, secondo Ross, non è una sovranità impossibile ma crescita economica e autodeterminazione, con l’Europa capace di guidare settori come agroalimentare e manifatturiero “se riesce a mettere ordine nelle proprie priorità e a investire, invece di limitarsi a regolamentare”.
Sulla terraferma il problema si sposta sui fornitori. Il 5G ha mostrato quanto sia difficile ridurre una dipendenza quando apparati e software di pochi gruppi sono già dentro l’infrastruttura, e per questo la partita sul 6G si gioca in anticipo, mentre gli standard vanno ancora scritti. Nel febbraio 2026 la Working Party 5D dell’International Telecommunication Union, il gruppo tecnico che sviluppa gli standard internazionali delle comunicazioni, ha lavorato proprio sulla definizione delle prestazioni richieste e sulla selezione delle tecnologie destinate a sostenerle.










