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Intelligenza artificiale, alle aziende sfuggono i dati d’intento

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Quando il cliente sceglie di parlare con l’intelligenza artificiale prima di comprare qualcosa, alle imprese rischia di restare soltanto l’ordine finale. Tutto quello che succede prima, cioè dubbi, ripensamenti e domande, prende un’altra strada. È questo il cambio di prospettiva che molti operatori stanno iniziando a mettere a fuoco, perché la conversazione con un assistente basato sull’AI produce informazioni molto più ricche di quelle che un’azienda ha raccolto finora osservando il comportamento online dei propri utenti.

Per anni il punto di riferimento è stato il clic. Una pagina visitata, un prodotto aggiunto al carrello, un banner ignorato. Segnali utili, certo, ma tutto sommato poveri. Dicono cosa ha fatto una persona e quasi mai perché lo ha fatto. Con una conversazione il quadro cambia parecchio, perché chi scrive a un assistente digitale tende a spiegare cosa cerca, cosa non gli va bene e su cosa sarebbe disposto a cedere.

Dai clic ai dati d’intento

Il cuore della questione sta proprio qui. L’intelligenza artificiale trasforma il dialogo in dati d’intento, un patrimonio che va ben oltre la semplice traccia lasciata durante la navigazione. Il sistema arriva a conoscere i vincoli di chi sta per comprare, le sue obiezioni e i compromessi che è pronto ad accettare. E lo fa prima dell’acquisto, nel momento in cui la decisione si sta ancora formando.

Si tratta di un livello di comprensione che i clic, da soli, non hanno mai potuto offrire. Un clic registra un gesto. Una conversazione racconta un ragionamento, con tutte le sue esitazioni. Sapere che un cliente ha scartato un’opzione per un motivo preciso, o che ha accettato una rinuncia pur di ottenere qualcos’altro, significa avere in mano la parte più preziosa del percorso che porta alla scelta finale. Il punto delicato è chi custodisce queste informazioni. Se il dialogo avviene dentro un assistente che non appartiene all’azienda, quei segnali così dettagliati restano lì. Il negozio, fisico o digitale che sia, vede arrivare il cliente quando ormai ha già deciso, magari senza avere idea di come ci sia arrivato.

Il nuovo rischio competitivo per imprese e retailer

Per le aziende e per i retailer cambia così la natura stessa del rischio competitivo. Fino a poco tempo fa la preoccupazione principale era perdere visibilità, quindi perdere traffico verso il proprio sito o il proprio punto vendita. Oggi la posta in gioco è più alta. A sfuggire non è solo il flusso di visitatori ma la relazione con il cliente, quel filo diretto che permette di capire le persone, anticiparne le esigenze e costruire fiducia nel tempo.

Ed è una differenza tutt’altro che marginale. Il traffico, in qualche modo, si può recuperare con investimenti mirati. La relazione invece si costruisce ascoltando, e se l’ascolto avviene altrove l’impresa finisce per occupare un ruolo sempre più ridotto. Diventa il soggetto che evade la richiesta, consegna il prodotto e incassa il pagamento, mentre la comprensione profonda del cliente si sposta verso chi gestisce la conversazione. Lo scenario che si delinea vede quindi da una parte l’assistente basato sull’intelligenza artificiale, che dialoga, raccoglie vincoli e obiezioni e accompagna la persona fino alla decisione. Dall’altra parte le imprese, alle quali rischia di arrivare soltanto l’ordine, cioè l’ultimo atto di un percorso che si è svolto quasi interamente fuori dal loro controllo.

Fonte: TecnoAndroid

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