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Hyundai avverte gli USA: auto cinesi come nel Regno Unito

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Le auto cinesi negli Stati Uniti sono il vero spettro che agita i piani alti di Hyundai, e a dirlo apertamente è stato Jose Munoz, amministratore delegato del gruppo coreano, che ha lanciato un avvertimento piuttosto netto a Washington. Il messaggio, in sostanza, è semplice: se cadono le barriere all’importazione, il mercato americano rischia di trasformarsi in qualcosa di molto simile a quello britannico o europeo. Dove, numeri alla mano, i marchi cinesi hanno già cambiato le regole del gioco.

Finora gli Stati Uniti sono rimasti una specie di isola. I dazi attorno al 100 per cento sulle elettriche cinesi hanno di fatto reso impossibile qualsiasi tentativo di entrata seria, e le politiche commerciali degli ultimi anni hanno alzato ulteriormente il muro. Solo che il muro potrebbe non restare in piedi per sempre. Il presidente Donald Trump ha detto più volte che accoglierebbe volentieri i costruttori cinesi disposti a produrre sul suolo americano, assumendo manodopera locale e aprendo stabilimenti veri. Una frase che ha fatto drizzare le antenne a mezzo settore.

Hyundai avverte gli USA: l’allarme di Munoz e l’esempio britannico

Il paragone scelto dal numero uno di Hyundai è tutt’altro che casuale. “Il Regno Unito, che in passato era un mercato molto redditizio, molto forte, è diventato come la Cina”, ha spiegato Munoz. “Tutti i best seller sono cinesi perché non ci sono barriere. Quindi penso che potremmo aspettarci cose simili negli Stati Uniti, a livelli diversi, a meno che non ci siano determinate condizioni.”

I dati britannici gli danno ragione. In un Paese senza dazi sulle vetture provenienti dalla Cina, il 15 per cento delle nuove immatricolazioni porta già un marchio cinese. Una quota che qualche anno fa sarebbe sembrata fantascienza e che oggi è semplicemente cronaca di mercato.

Munoz, va detto, non parla da osservatore distratto. In passato ha guidato le operazioni cinesi di Nissan e ha più volte elogiato la velocità con cui l’industria locale sviluppa tecnologia. Il suo avvertimento, però, ruota tutto attorno a un punto concreto: la redditività. Perché i margini, quando entra in scena un concorrente strutturalmente più economico, evaporano in fretta.

Detroit non ci sta e l’Europa fa da laboratorio

Hyundai non è sola in questa partita. La scorsa settimana l’American Automotive Policy Council, che a Washington rappresenta Ford, General Motors e Stellantis, ha diffuso una nota che suonava come una replica diretta alle aperture presidenziali. Trump aveva paragonato la proposta al modello dei costruttori giapponesi che da decenni producono negli Stati Uniti, ma il consiglio ha respinto l’analogia sostenendo che i gruppi cinesi beneficiano in modo scorretto di sussidi statali, manipolazione valutaria e altri vantaggi che con il libero mercato hanno poco a che spartire.

Sul fronte interno, intanto, qualcuno si sta già preparando allo scenario peggiore. Jim Farley, amministratore delegato di Ford, a luglio aveva detto ai dipendenti durante un incontro aziendale che i vertici si aspettano l’arrivo dei marchi cinesi sul suolo americano entro cinque o dieci anni.

L’Europa, da questo punto di vista, funziona come laboratorio. Bruxelles ha imposto tariffe sulle elettriche cinesi dopo aver accertato che i costruttori godevano di sussidi statali non conformi alle regole, e sta lavorando a una normativa “Made in Europe” che stabilirà quante componenti di un’auto debbano essere prodotte all’interno del blocco per poter essere commercializzate. Eppure, anche con i dazi attivi, Munoz sostiene che in alcuni mercati le vetture cinesi restano dal 30 al 40 per cento più economiche della concorrenza.

È questo il dato che rende nervoso il settore. Non la tecnologia, non il design, ma un divario di prezzo che nessun dazio finora è riuscito davvero a colmare. E il mercato americano, protetto ma non immune, osserva quello che sta succedendo dall’altra parte dell’Atlantico con più di una preoccupazione.

Fonte: TecnoAndroid

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