Il cervello di Homo naledi continua a sorprendere chi lo studia, soprattutto per il modo insolito in cui sembra fosse cablato. Una recente ricostruzione del cranio di questo ominide ha messo in evidenza una regione ingrandita, una zona che negli esseri umani è collegata al linguaggio e all’uso degli strumenti. E da qui parte una domanda che divide gli studiosi: questa particolarità anatomica può davvero spiegare i comportamenti funerari che gli sono stati attribuiti?
La faccenda è tutt’altro che semplice. Homo naledi è un personaggio strano nel panorama dell’evoluzione umana, con un cervello piccolo ma organizzato in modo che ricorda quello di specie ben più avanzate. La ricostruzione del cranio ha permesso di osservare meglio come fossero distribuite certe aree cerebrali, e proprio questo ha riacceso l’interesse intorno alla specie.
Un cervello piccolo ma organizzato in modo curioso
Quello che colpisce non sono le dimensioni, anzi. Il cervello di questo ominide era decisamente contenuto, eppure presentava una regione sviluppata in maniera particolare. Negli umani moderni quella stessa zona ha a che fare con la capacità di parlare e di maneggiare oggetti con una certa abilità. Trovare una struttura simile in una creatura dal cranio così ridotto è qualcosa che fa riflettere, perché rompe lo schema secondo cui solo i cervelli grandi possono ospitare funzioni complesse.
L’evoluzione umana, del resto, raramente segue percorsi lineari. E Homo naledi sembra fatto apposta per ricordarcelo, mescolando tratti arcaici e caratteristiche più moderne in un modo che non smette di alimentare il dibattito tra i ricercatori.
La questione delle sepolture resta aperta
Il punto più discusso riguarda le presunte pratiche funerarie. A questa specie è stata attribuita la capacità di seppellire i propri morti, un comportamento che richiederebbe una certa complessità cognitiva e sociale. La regione ingrandita del cervello potrebbe rappresentare un indizio a favore di questa ipotesi, ma la prudenza qui è d’obbligo.
Avere una zona cerebrale sviluppata non significa automaticamente saperla usare per attività elaborate come una sepoltura. Il collegamento tra anatomia e comportamento resta tutto da dimostrare, e gli scienziati per ora preferiscono non sbilanciarsi. La ricostruzione offre uno spunto interessante, ma trasformarlo in una prova definitiva è un altro paio di maniche.