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Shein entra tra i grandi: pronto alla quotazione in borsa

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La corsa di Shein verso la quotazione in borsa a Hong Kong si sta chiudendo con numeri parecchio diversi da quelli che il colosso del fast fashion sognava qualche anno fa. L’azienda punterebbe infatti a una valutazione compresa tra 23 e 26 miliardi di euro, una cifra che sulla carta resta imponente ma che, messa accanto ai record del passato, racconta un ridimensionamento pesante. Il gruppo, fondato in Cina nel 2012 e oggi con quartier generale a Singapore, dovrebbe lanciare la propria IPO nei prossimi giorni, e il nuovo intervallo emergerebbe proprio dalla fascia di prezzo fissata per l’offerta.

Per capire quanto sia netto il salto all’indietro basta tornare al 2022. In quell’anno, durante un round di finanziamenti, Shein era stata valutata circa 90 miliardi di euro. Oggi si parla di meno di un terzo. E il confronto regge male anche con tempi molto più recenti, visto che a inizio agosto le attese ruotavano attorno a una forbice compresa tra 28 e 37 miliardi di euro. In pochi mesi, insomma, l’asticella si è abbassata di nuovo.

Perché la valutazione di Shein è scesa così tanto

Il nodo principale ha a che fare con la fiducia degli investitori, o meglio con la mancanza di fiducia su un punto specifico: la capacità dell’azienda di tornare a crescere ai ritmi che avevano giustificato le valutazioni gonfiate degli anni scorsi. Alcuni soggetti che hanno partecipato alle presentazioni legate alla quotazione, oppure che hanno avuto modo di guardare da vicino i conti più recenti, avrebbero espresso scetticismo esattamente su questo aspetto. Non tanto sul modello di business in sé, quanto sulla sostenibilità di quella traiettoria di espansione che ha reso il marchio un fenomeno globale.

Il tema, va detto, è tutt’altro che teorico. Una valutazione più bassa non incide soltanto sull’immagine dell’operazione, ma rischia di avere effetti concreti sui numeri. In base ai termini del deposito presentato per l’IPO, Shein potrebbe trovarsi costretta ad assegnare azioni aggiuntive ad alcuni investitori entrati nel capitale prima dello sbarco in borsa, nel caso in cui il valore della società finisse sotto determinate soglie concordate in precedenza. Tradotto in parole semplici, una parte del capitale andrebbe redistribuita per compensare chi aveva scommesso sul gruppo quando le cifre erano ben altre.

Un debutto in borsa che arriva dopo un lungo percorso

L’approdo alla Borsa di Hong Kong chiude, almeno per ora, un percorso che ha visto l’azienda valutare più piazze finanziarie prima di trovare la strada giusta. Il modello che ha reso celebre il marchio, capi economici prodotti a ritmi altissimi e venduti direttamente online in tutto il mondo, ha costruito in poco più di un decennio uno dei nomi più discussi del settore. Discusso davvero, perché attorno al fast fashion si sono accumulate polemiche su sostenibilità, condizioni di lavoro e concorrenza con i marchi tradizionali, temi che accompagnano il gruppo da anni.

Sul fronte finanziario, però, il metro di giudizio è più freddo. Chi compra azioni guarda ai margini, ai volumi e alle prospettive di crescita, e il messaggio che arriva dal mercato in questa fase è di cautela. La forbice tra 23 e 26 miliardi di euro fotografa un’azienda ancora enorme, ma che non viene più letta come la macchina inarrestabile del 2022. Il debutto, atteso a breve, dirà quanta parte di questo scetticismo si tradurrà in prezzo reale delle azioni una volta iniziate le contrattazioni.

Nel frattempo la società prosegue con il calendario previsto, con l’offerta pubblica iniziale pronta a partire sulla piazza di Hong Kong e la fascia di prezzo già delineata a definire i contorni dell’operazione.

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