Vai al contenuto
Offerte

Grande Muraglia Solare, la Cina costruisce nel deserto del Kubuqi

In questo articolo Indice dei contenuti 2 sezioni

Nel deserto del Kubuqi, in Mongolia Interna, la Cina sta costruendo quella che è già stata soprannominata Grande Muraglia Solare, una fascia continua di impianti fotovoltaici pensata per trasformare un territorio quasi inutilizzato in una centrale elettrica a cielo aperto. L’idea, sulla carta, è semplice quanto ambiziosa, portare corrente alle grandi città dell’est del Paese sfruttando spazi che finora non avevano alcuna funzione produttiva. Nella pratica, si tratta di un cantiere la cui portata è difficile anche solo da immaginare.

Il punto di partenza è un limite che chi lavora con le rinnovabili conosce a memoria. L’energia solare funziona benissimo, ma appena il Sole tramonta la produzione si ferma. Ed è esattamente questo il motivo per cui il fotovoltaico, da solo, non ha mai sostituito del tutto la dipendenza dai combustibili fossili. Le alternative teoriche esistono, dai pannelli installati nello spazio, dove il tramonto non arriva mai, agli accumulatori installati a terra, ma nessuna di queste soluzioni sembra oggi in grado di reggere l’intero carico sul lungo periodo.

Perché il deserto del Kubuqi

La scelta del deserto del Kubuqi non è casuale. Si parla di aree ampie, poco abitate, con un’irradiazione solare abbondante e senza conflitti d’uso del suolo, il tipo di condizione che rende conveniente costruire su larga scala. La logica del progetto va oltre la semplice somma di pannelli fotovoltaici allineati nella sabbia, perché l’obiettivo dichiarato è integrare tre elementi che di solito viaggiano separati, ovvero la produzione elettrica, le reti di trasmissione necessarie a spostarla per migliaia di chilometri e il recupero ambientale del territorio.

Quest’ultimo punto è quello che rende il progetto diverso da un normale parco solare. Le distese di moduli, se disposte in modo continuo, funzionano anche come barriera fisica, contribuendo a rallentare l’avanzata del deserto verso le aree coltivabili e abitate. Un doppio risultato, quindi, energia da una parte e contenimento della desertificazione dall’altra, ottenuto con la stessa infrastruttura.

Un’infrastruttura pensata per le città dell’est

Il vero nodo della Grande Muraglia Solare resta il trasporto dell’elettricità. Produrre in Mongolia Interna serve a poco se quella corrente non riesce ad arrivare dove viene effettivamente consumata, cioè nei grandi centri urbani e industriali della fascia orientale del Paese. Per questo il progetto non viene raccontato soltanto come un impianto, ma come un sistema, dove le linee di trasmissione contano tanto quanto i moduli installati a terra.

È un approccio che dice molto su come vengono affrontate oggi le grandi opere legate alle rinnovabili. Non più installazioni isolate, bensì catene lunghe che partono da un deserto e finiscono nelle prese di corrente di una metropoli, passando per infrastrutture di rete che devono essere progettate in parallelo. Il fotovoltaico, in questo schema, diventa il pezzo iniziale di un ragionamento più ampio, in cui la gestione dei flussi e la capacità di distribuzione pesano quanto la potenza installata.

Resta il fatto che progetti di queste dimensioni mostrano fin dove può arrivare l’uso dei pannelli solari quando smette di essere una scelta puntuale e diventa pianificazione territoriale. Interi paesaggi che cambiano funzione, aree marginali che entrano nel sistema energetico nazionale, e un deserto che, almeno nelle intenzioni, viene messo al servizio delle città invece di continuare a espandersi verso di loro.

Condividi:
174 Condivisioni