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Grafite dalla CO2: la svolta per le batterie EV dal Berkeley Lab

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La grafite è oggi uno di quei materiali di cui non si può proprio fare a meno quando si parla di batterie agli ioni di litio. Il punto è che gran parte di quella che finisce dentro le celle arriva dall’estrazione mineraria oppure da processi industriali che divorano energia. E qui casca l’asino, perché parliamo di costi non da poco, anche sul fronte ambientale. Ecco perché quando spunta una tecnologia capace di ricavarla partendo da uno scarto, l’attenzione si accende in fretta.

La ricerca in questo campo si muove eccome, e lo dimostra bene il lavoro portato avanti da un gruppo che mette insieme il Lawrence Berkeley National Laboratory, l’Università della California a Berkeley e l’Istituto Nazionale di Fisica Chimica e Biofisica dell’Estonia. Nomi importanti, che raramente lavorano insieme senza una buona ragione.

Come funziona la trasformazione dell’anidride carbonica

Quello che questi ricercatori sono riusciti a fare ha davvero dell’incredibile. Hanno osservato, in diretta, il momento esatto in cui l’anidride carbonica si trasforma in carbonio solido. Il tutto dentro dei sali fusi tenuti a una temperatura di circa 500 gradi. Non è un dettaglio da poco, tanto che i risultati sono finiti sulle pagine di Nature Communications, una delle riviste scientifiche più autorevoli in circolazione.

Il cuore del processo è una tecnica chiamata elettrolisi a sali fusi. Detta in parole semplici, funziona così, un sale allo stato liquido conduce l’elettricità passando tra due elettrodi. È in quel passaggio, in quel continuo scambio, che avviene la magia della conversione. La CO2, che di solito viene vista soltanto come un problema da eliminare, diventa qui la materia prima di partenza.

L’idea che sta dietro tutto questo ha un fascino particolare. Prendere qualcosa considerato uno scarto, un gas che nessuno vuole, e trasformarlo in un componente prezioso per le batterie EV. Un doppio vantaggio, se si pensa che da un lato si riduce l’impatto delle emissioni e dall’altro si ottiene un materiale altrimenti costoso da produrre.

Certo, siamo ancora nel campo della ricerca e osservare un fenomeno in laboratorio è cosa ben diversa dal portarlo su scala industriale. Ma il fatto stesso di aver potuto vedere il meccanismo mentre accade apre porte che fino a poco tempo fa restavano chiuse. Capire nel dettaglio come il carbonio prende forma dentro quei sali liquidi è il primo passo per rendere il tutto più efficiente e, un domani, replicabile su volumi che abbiano davvero senso per il mercato delle automobili elettriche.

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